Primo maggio, da parte le polemiche. Raddrizzare la barca

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La ricorrenza, non la festa, del primo maggio, soprattutto quest’anno, trae la sua origine, verso la fine dell’altro secolo, dalla patria delle libertà, gli Usa, precisamente da Chicago. È bene ricordarlo perché, ancora oggi, c’è chi sostiene che la vera riscossa del proletariato – quanto valore intrinseco conserva oggi tale parola? – sia partita, all’incirca nello stesso periodo, ma a latitudini completamente diverse. Gli improbabili tribuni della plebe del terzo millennio che, con buona probabilità, continuano a coltivare un’idea distorta di cosa significhino realmente i concetti di libertà e democrazia, ancora sostengono che l’inizio del riscatto della classe operaia, non solo quella senza dio ma anche quella che che non disdegna di andare in paradiso, iniziò in contemporanea con la Rivoluzione d’ Ottobre, avviata da alcuni compagni dirigenti del partito. Nell’attuale situazione di conflitto che di facciata è espressa dall’occupazione dell’Ucraina, in sostanza è scatenato dall’atavico confronto tra due grandi scuole di pensiero, quella liberale e quindi democratica della parte occidentale del mondo contrapposta a quella orientale, improntata a una visione totalitaria dello stato, preclusa a ogni confronto dei governanti con le masse. Si può perciò tranquillamente paragonare quello scontro socioculturale a uno altrettanto conosciuto, quello insanabile che contrappone il diavolo all’acqua santa. Restando salva per chiunque la libertà di assegnare i ruoli all’una o all’altra parte. Se è vero, come è vero, che la verità non sta mai tutta da una parte, alcuni distinguo è comunque necessario farli. Probabilmente il più significativo è quello socioeconomico, vale a dire quanto possano trovare attualmente soddisfazione le aspirazioni del cittadino medio in un paese che lasci sventolare una bandiera multicolore e in un altro che offre al vento un vessillo che comunque contenga il colore rosso, per di più cifrato da una falce e un martello. Senza lasciar prendere il sopravvento a questa o a quella fede politica, vale la pena, in un giorno simbolico come il primo maggio, fare una valutazione anche sommaria di quali sistemi, improntati all’una o all’altra visione della realtà, abbia riconosciuto più diritti alla classe operaia e dove il rispetto, non il mito, della personalità, si veda riconosciuto il maggior numero di manifestazioni concrete. Si aggiunga a tutto ciò una constatazione empirica: quante, nel corso dei secoli, delle costruzioni sociali basate sulla negazione della libertà hanno avuto l’opportunità di trasformarsi in stati di diritto senza spargimento di sangue? Al contrario, quante costruzioni democratiche sono state sostituite con la forza da forme di comportamento demagogiche, portate al potere in bagni di sangue causati da colpi di stato? Gli autori degli stessi, sotto qualsiasi bandiera si siano voluti presentare, sempre e comunque hanno ritenuto imprescindibile la riduzione della libertà delle popolazioni da loro governate. Quanto appena esposto dovrebbe fornire spunti di riflessione a chi, a tre mesi dall’inizio dei misfatti in Ucraina, tenta ancora, in Italia come in altre parti dell’ Europa e del resto del mondo, di giustificare Putin e i suoi diversi squadroni della morte, ignorando qualsiasi forma di comportamento corretto nei confronti dell’intero consorzio umano. Festa o ricorrenza che definir si voglia, la giornata di oggi offre l’opportunità di fare una pausa, anche mentale, in un periodo in cui sembra si stia riproponendo una maledizione biblica. Che il primo maggio di quest’ anno, oltre a essere definito operaio e contadino – non è dato sapere perché non anche libero professionale o artistico – dia, a chi ne ha bisogno, illuminazioni perché siano messe da parte le polemiche a ogni livello allo scopo di raddrizzare la barca che ha sbandato. Non fosse altro perché a bordo è come se ci fosse tutta l’umanità. Del resto sarebbe difficile trovare oggi un discendente di Noè pronto a ripetere l’impresa del progenitore.