Processo Tortora. Per una riflessione finalmente serena

247
in foto Enzo Tortora (Imagoeconomica)

di Nico Dente Gattola

Quasi 40 anni fa l’Italia degli anni 80, fu attraversata da un caso giudiziario, che scosse tutto il paese: l’arresto di Enzo Tortora, volto noto della televisione di stato.
La vicenda, in un certo senso, anche se poco più di un ragazzino, la ricordo abbastanza bene, vuoi perché ero un fedele spettatore di Portobello e soprattutto perché mio padre Orazio fu uno dei giudici a latere del processo di primo grado.
All’epoca, siamo nel 1983 l’arresto di Tortora, ebbe una grande eco e devo dire che anche per me, la vicenda fu clamorosa.
A distanza di anni, possiamo dire che quello è stato un processo di grande impatto mediatico, con una vicenda che ha travalicato l’aspetto giudiziario.
Basti pensare che ancora oggi si parla di “processo Tortora”, quasi come se fosse stato un processo al solo Enzo Tortora, laddove la parabola processuale ha visto coinvolti quasi 200 imputati, se non erro, ma nel tempo l’opinione pubblica ricorda solo questo aspetto.
Non è per nulla facile per me scrivere su questo tema, perché mio padre aveva scelto il silenzio (così più volte mi ha detto), ritenendo che per il suo ruolo di magistrato, non fosse corretto abbandonarsi a commenti e non sono affatto sicuro, approverebbe la mia scelta anzi per nulla.
Non credo siano riflessioni tardive, perché dopo tanti anni la vicenda è ancora viva e lo prova l’enorme impatto che ancora ha sui media.
Anzi è proprio l’attualità dell’argomento, ancora oggi molto sentito, a fornirmi lo spunto, oltre al fatto che mio padre, ultimo componente del collegio in vita, è mancato quest’anno.
La mia non vuole però essere una difesa della sua parabola professionale o quello dei suoi colleghi, che l’ha visto per quasi 40 anni vestire la toga, non ne avrebbe bisogno, quanto piuttosto un tentativo di precisare meglio alcuni aspetti di quella vicenda.
Ma allora perché a distanza di tanti anni, scrivere qualcosa su cui si è scritto tanto e su cui è ormai calato il sipario?
Non certo per alimentare una discussione sterile, quanto piuttosto per fornire un punto di vista particolare, il mio che ho vissuto sia pur per interposta persona la vicenda.
Chiaro non è mia intenzione riabilitare l’esito del giudizio di primo grado che vide la condanna del Tortora, poi ribaltata in appello con assoluzione definitiva in Cassazione.
Di una cosa però sono sicuro, ovvero che i Magistrati all’epoca dei fatti, hanno compiuto il proprio dovere che può piacere o meno, consisteva nell’effettuare quel processo e ha adempiuto al proprio compito in modo onesto.
Certo mi si potrà dire che l’operato è censurabile, visto l’esito del giudizio in appello ed in Cassazione, ma ciò rientra in una differente valutazione dei fatti, compiuta dai magistrati dei gradi successivi; valutazione ci mancherebbe assolutamente legittima .
Del resto nessun provvedimento disciplinare è stato preso a loro carico, anche se nel corso degli anni, qualcuno si è meravigliato della circostanza, ma rientra nella logica delle cose che un verdetto possa essere ribaltato nei gradi successivi.
Il dato insindacabile è che nei gradi successivi, le ragioni del Tortora hanno trovato accoglimento, ma allo stesso tempo, ciò, non significa assolutamente che in primo grado i magistrati non abbiano agito in modo professionale e rispettoso delle regole, oltre che onesto.
Il rischio che può succedere, quando ci accosta ad una vicenda del genere, dal grande  clamore mediatico, è di limitarsi alla semplice sentenza, senza considerare che alla base , abbiamo una vicenda processuale, spesso complessa.
Ancora senza contare che nella celebrazione di un processo complesso come questo , vi sono state molteplici difficoltà da affrontare e che i magistrati sono stati chiamati ad un impegno gravoso non solo sotto l’aspetto professionale.
Posso dire che l’intero collegio giudicante, nel corso del processo ha pagato un prezzo enorme sul piano dell’impegno fisico e psicologico, perché si è trattato di una vicenda estremamente impegnativa da gestire.
Il clima non è stato mai positivo, poiché non era affatto semplice gestire un processo con tanti imputati né sotto l’aspetto della gestione del dibattimento né sotto l’aspetto della pressione mediatica.
Vite quelle del componenti del collegio che per un periodo hanno subito un radicale cambiamento e che ovviamente ha riguardato anche i rispettivi nuclei familiari e posso assicurare che non fu affatto facile.
Negli anni chi non conosceva la vicenda, ha liquidato la questione , affermando che in fin dei conti mio padre e gli altri magistrati avevano tratto grande popolarità dalla vicenda ed in ogni caso avevano tratto giovamento per la prosecuzione delle rispettive carriere.
Nulla di più falso perché ognuno  ha continuato a fare la carriera che doveva e meritava di fare, certo nessuno ha avuto come del resto non doveva essere, ci mancherebbe un minimo vantaggio, dall’aver celebrato un processo del genere.
Anche se ed è questo un grande rammarico , che ho potuto constatare di persona sulla mia pelle in un occasione, non tutti sono convinti di questo dato di fatto.
Per dire qualche anno fa, in tribunale sentendo il mio cognome, mi si chiede se fossi figlio del magistrato Dente Gattola e alla mia risposta affermativa, fui liquidato con “ tuo padre ha fatto carriera con il processo Tortora”.
Ora non dirò di chi si trattasse anche se lo ricordo bene, ho buona memoria e tanto meno l’occasione che ho ben presente, perché significherebbe tradire i miei propositi che mi hanno ispirato queste riflessioni e anche perché non è mia intenzione addentrarmi in polemiche da “social” ( con tutto il rispetto ovvio).
L’episodio però aiuta a capire, come negli anni si sia alimentata una narrazione a senso unico della questione, che sia pur partendo da un senso di dolore si è alimentato anche di pregiudizi come questo.
Laddove, va ribadito, l’operato dei magistrati, fermo restando che la sentenza di primo grado è stata poi riformata, è stato in ogni caso corretto: tanto è vero che non sono state mosse censure neppure in sede disciplinare.
Per carità è perfettamente legittimo che a distanza di tanti anni,  la gran parte dell’opinione pubblica sia convinta che Enzo Tortora abbia subito una grave ingiustizia, ma sarebbe giusto anche tenere presente che da sempre ci si limita troppo spesso ad un giudizio sommario della vicenda, senza conoscere i fatti nella loro completezza.
Infatti, ci si dimentica di considerare che dopo il processo di primo grado è stato celebrato un appello e poi un processo in Cassazione; questo per dire che il nostro sistema offre ampie garanzie di giustizia.
Quando invece sarebbe giusto soffermarsi  su questa circostanza, laddove per tanti non andava condannato in primo grado perché innocente senza se e senza ma, senza tenere conto che dal punto di vista processuale vi è stato un iter perfettamente regolare.
Comprendo che il mio può essere un ragionamento cinico e semplicistico, me ne scuso, ma la giustizia ha fatto il suo corso regolare sia in primo grado che nei successivi stati e benissimo può accadere che un verdetto sia ribaltato in appello o in Cassazione.
Essenziale in questa vicenda come in ogni giudizio, lo rimarco ancora che la decisione sia stata presa in modo onesto, senza condizionamenti , circostanze di cui io ne sono certo e non perché conosca fin troppo bene lo spessore professionale di mio padre e di riflesso del resto del collegio giudicante.
Sarebbe poi, opportuno accostarsi alla vicenda, tenendo presente il clima di quegli anni, gli strumenti processuali di cui si disponeva e di cui l’imputato poteva usufruire che sono differenti da oggi.
Tanto per dire in tanti dimenticano, che negli anni 80 l’utilizzo dei pentiti era ancora agli albori e non era organizzato e strutturato o meglio rodato come può apparire oggi.
Ecco uno degli errori che si rischia di commettere è nell’analizzare la vicenda processuale , con gli occhi di oggi, con la nostra mentalità e condizionati dalla cultura giuridica del nostro tempo: un grave errore.
Così come va detto all’esterno anche a distanza di anni, il dato processuale finale è quasi oscurato dall’aspetto emotivo della vicenda, laddove questa è ben più complessa.
Tanto per cominciare, negli anni si è persa quasi la memoria che il processo ad Enzo Tortora, fu un processo estremamente complesso con più di 200 imputati, che si è svolto in condizioni di estrema difficoltà.
Ecco il vero limite della discussione di questi anni è che si è praticamente rimosso, ogni riferimento alla vicenda nel suo complesso, ovvero come detto un processo complesso con duecento imputati, insomma una macchina estremamente complessa.
Nessuno ricorda questa cosa, per carità è legittima ci mancherebbe ogni doglianza sulla mancata assoluzione di Tortora, ognuno ha diritto a manifestare la sua opinione, ma sarebbe opportuno anche ricordarsi anche il resto, che va oltre la posizione processuale del noto presentatore.
Laddove, come già evidenziato vi sono state molteplici difficoltà, dovute al fatto che al di là di ogni considerazione questo è stato un processo di criminalità organizzata con tutto quello che ne deriva .
Per dire  in casa abbiamo vissuto momenti di grande tensione e li poteva avvertire anche un ragazzino come me, con mio padre sotto scorta come il resto del collegio, dopo una serie di episodi alquanto allarmanti.
La nostra vita, cambiò di colpo, se solo penso che talvolta all’uscita di scuola, mi sono trovato un poliziotto che mi seguiva a distanza; eh sì, perché sin dall’inizio la pressione verso i magistrati e i tentativi di condizionarne l’operato (non sulla posizione di Tortora sia chiaro) da parte della camorra furono pesanti.
Si partì da episodi all’apparenza insignificanti per passare poi a minacce sempre più evidenti, come nel caso della mia famiglia con una testa di maiale mozzata davanti alla porta di casa, ma che in vario modo riguardarono tutti i componenti del collegio.
Non vi dico, le nostre vacanze, con la scorta che ci seguiva passo dopo passo; per carità facevano il loro lavoro e con serenità negli anni l’ho sempre ammesso, ma all’epoca non fu facile accettare una situazione del genere.
Difficile controllare una famiglia con tre figli, di cui due alle soglie dell’adolescenza, impresa ancor di più difficile in vacanza.
Tanto è vero che  qualcuno della scorta ammise che sarebbe stato meglio per la nostra protezione se avessimo accettato di fare le vacanze in una struttura ricreativa dei carabinieri (che si occupavano della nostra tutela).
Chiarisco, la mia era l’insofferenza di un ragazzino, come quella dei miei fratelli; ci mancherebbe adesso con gli anni comprendo perfettamente quella situazione.
All’esterno, questo clima, non credo fosse avvertito, perché il clamore mediatico della vicenda, oscurò ogni altro aspetto, compreso le condizioni di vita dei magistrati e dei loro familiari.
Per nulla facile, fu nemmeno la gestione del processo con tanti imputati, che rese tutto più macchinoso, rendendo estremamente laborioso giungere alla conclusione, con una camera di consiglio durata circa una settimana.
Tutto questo, ovviamente non è dovuto alla persona di Enzo Tortora ma al fatto che si trattava di un processo di per sé già complesso e difficile.
Da sempre ci si è dimenticati della circostanza, laddove se si vuole fare una valutazione obiettiva, occorre tenerla presente.
Questo non vuol dire, contestare un giudizio definitivo ma semplicemente approcciarsi alla vicenda in modo più sereno, valutandola nelle sue varie sfaccettature.
Il dato essenziale della vicenda è che Enzo Tortora è stato assolto con sentenza definitiva, circostanza di cui dobbiamo tenere conto e che nessuno vuole cercare di rimuovere o contestare.