Procida, la sostenibilità e il paradosso dell’asimmetria culturale

Nel cuore del Mediterraneo, in una delle isole simbolo della cultura italiana contemporanea, si è svolto il 9th Multidisciplinary Symposium on Circular Economy and Urban Mining (SUM 2026): un evento di alto profilo scientifico dedicato all’economia circolare, alla sostenibilità urbana e alle nuove infrastrutture sociali per il riuso e la rigenerazione dei territori.

Un appuntamento prestigioso, patrocinato da istituzioni locali e regionali, capace di attrarre università internazionali, ricercatori e professionisti provenienti da tutta Europa. Un confronto interdisciplinare importante, necessario, persino urgente, in un’epoca in cui il tema della sostenibilità non è più soltanto ambientale, ma geopolitico, economico e sociale.

Eppure, proprio nel luogo simbolico dell’evento, emerge una contraddizione che merita una riflessione seria.

L’assenza che pesa più delle presenze

Tra i panel dedicati alle infrastrutture urbane circolari, alla governance dei territori e alla transizione ecologica, colpiva un’assenza: quella delle grandi istituzioni scientifiche e accademiche campane.

Assenti — o comunque marginali — alcuni dei principali attori che storicamente rappresentano il capitale cognitivo del Mezzogiorno: Università Federico II, CNR, centri di ricerca territoriali, reti pubbliche di innovazione.
Paradossale, soprattutto considerando che il convegno si svolgeva “a casa nostra”, in Campania, terra che da sempre vive il rapporto tra sostenibilità, fragilità urbana, innovazione e resilienza sociale in modo quasi laboratoriale.

Non si tratta di provincialismo né di chiusura identitaria.
Al contrario: il valore internazionale del SUM 2026 è indiscutibile e la presenza di università italiane ed europee di eccellenza rappresenta una ricchezza autentica.

Il punto è un altro.

La geopolitica della conoscenza

Nelle relazioni internazionali contemporanee, il controllo dei flussi informativi e simbolici è una forma di potere.
Le città, le università e i territori non competono più soltanto sul piano economico, ma sulla capacità di produrre narrazioni autorevoli su sé stessi.

È qui che entra in gioco il concetto di asimmetria informativa: chi controlla il racconto pubblico di un territorio ne orienta anche il prestigio, gli investimenti, la centralità politica.

Quando un territorio ospita un grande evento scientifico ma non riesce a valorizzare adeguatamente il proprio ecosistema accademico e istituzionale, si genera una frattura simbolica.
Una sorta di delega implicita della propria rappresentazione culturale.

E allora la domanda diventa inevitabile:

come è possibile che la Campania — regione con una delle più antiche università del mondo, con competenze scientifiche riconosciute a livello internazionale, con ricercatori che lavorano su ambiente, biotecnologie, salute pubblica e innovazione sostenibile — resti spesso spettatrice persino nei luoghi in cui dovrebbe essere protagonista?

La “censura additiva” di Umberto Eco

Umberto Eco definiva “censura additiva” quel fenomeno per cui non si silenzia direttamente qualcosa, ma la si rende invisibile sommergendola di altro.

Non è l’assenza totale del sapere locale il problema.
È la sua progressiva marginalizzazione nel rumore delle reti globali.

Si crea così un cortocircuito culturale: il Sud diventa scenario, ma raramente centro decisionale del discorso scientifico su sé stesso.

Eppure la sostenibilità urbana, il riuso dei materiali, la gestione delle fragilità territoriali e la costruzione di nuovi modelli comunitari sono temi che il Mezzogiorno conosce profondamente, non solo teoricamente ma storicamente, socialmente, antropologicamente.

La Campania non è soltanto un territorio da studiare.
È un territorio che ha titolo per produrre visione.

La sostenibilità non può essere solo estetica

La sostenibilità rischia oggi di trasformarsi in una parola elegante, rassicurante, quasi scenografica.
Ma la vera sostenibilità è anche inclusione dei territori nei processi decisionali e culturali.

Non basta organizzare eventi sul futuro delle città se poi le comunità scientifiche locali restano ai margini dei tavoli strategici.
Non basta parlare di economia circolare se la circolazione del sapere continua a seguire direttrici verticali e centralizzate.

La transizione ecologica, per essere autentica, deve diventare anche transizione democratica della conoscenza.

Una riflessione necessaria, non una polemica sterile

Questo non vuole essere un attacco agli organizzatori né agli illustri relatori intervenuti.
Il livello scientifico del simposio è stato elevato e il confronto internazionale rappresenta un valore imprescindibile.

Ma proprio perché eventi come questi sono importanti, devono diventare occasione per interrogarsi sul ruolo strategico del Sud nella produzione culturale e scientifica contemporanea.

La Campania possiede competenze straordinarie nei campi della ricerca biomedica, ambientale, farmaceutica, nutraceutica, urbanistica e tecnologica. Lo dimostrano i tanti professionisti, ricercatori e innovatori del territorio impegnati ogni giorno nella costruzione di modelli sostenibili e interdisciplinari. 

Il vero rischio, oggi, non è la mancanza di eccellenze.
È l’incapacità sistemica di metterle in rete e riconoscerle come parte integrante della narrazione internazionale del territorio.

Dal disagio alla proposta

Forse proprio da Procida può partire una riflessione nuova.

Una riflessione che trasformi il Mediterraneo da semplice cornice geografica a laboratorio geopolitico della sostenibilità.
Un luogo in cui le università del Sud, i centri di ricerca locali, le associazioni, i professionisti e le istituzioni possano finalmente dialogare da protagonisti e non soltanto da ospitanti.

Perché il futuro della sostenibilità urbana non si costruisce soltanto con le tecnologie.
Si costruisce con il riconoscimento reciproco, con la valorizzazione delle competenze territoriali e con il coraggio culturale di dare voce a chi, troppo spesso, resta sullo sfondo persino nella propria casa.

E forse il punto più importante è proprio questo:
la Campania non ha bisogno di essere rappresentata da altri.
Ha bisogno di tornare a rappresentare sé stessa.

Maria Luisa Conza