Progettare con l’Art Thinking, parla Raffaele Giannitelli: La trasformazione di un luogo è rigenerazione umana

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in foto Raffaele Giannitelli

L’occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Azzurra Immediato

Valorizzare “in maniera sostenibile e intelligente, processi, sistemi, luoghi, relazioni, territori, mettendo in dialogo gli artisti con gli imprenditori, i manager, i policy e decision maker allargando visioni, adottando pratiche immaginifiche e soluzioni creative dove la matrice unica di arte e scienza, a lungo separate, ricreano la sezione aurea. Per fare ogni cosa a regola d’arte” attraverso l’Art Thiniking è ciò che Arteprima Progetti porta avanti da anni e nella sua identità di ‘impresa creativa’ coinvolge attivamente artisti selezionati per ogni specificità da curatori esperti, e sull’innesto delle pratiche dell’arte in contesti e sistemi complessi di ogni genere e grado, dall’industria all’urbanistica, dall’innovazione sociale all’ambiente e molto oltre, facendo capo all’intelligenza emotiva di ognuno, componente e risorsa vitale che favorisce l’agire costruttivo e immaginifico, individuale e collettivo da sempre. A tale proposito, L’Occhio di Leone e Il Denaro hanno incontrato Raffaele Giannitelli, Founder, Architecture Director e Urban Rigeneration Curator di Arteprima Progetti, ingegnere e architetto e anima della Surf Engineering Srl – Urban Design & Landscape che, lo scorso anno, nella prima fase pandemica, insieme con il curatore Francesco Cascino e l’artista Filippo Riniolo ha presentato il progetto Mare2020, una vera opera d’arte capace di risolvere quella che era l’emergenza della fruizione delle spiagge in epoca Covid19.

Raffaele, cosa significa “Progettare con una metodologia Art Thinking”?
Art Thinking è uno strumento necessario di evoluzione e al tempo stesso, per la mia attività specifica – la progettazione architettonica ed urbana – un ritorno ad un sistema di competenze che hanno storicamente prodotto risultati eccellenti, in particolare nel nostro paese con l’invenzione delle “città d’arte” e di spazi adatti alla socialità ed allo sviluppo di pensieri ed azioni collettive.
Per essere più preciso, ricorderei come sino all’istituzione delle Accademie la figura dell’ingegnere, dell’architetto e dell’artista non conoscevano una così netta separazione, ma si riferivano a competenze che nell’attuarsi avevano sempre bisogno l’una dell’altra. La prima parte dell’ideazione della cupola di San Pietro da parte di Michelangelo si concretizza con il suo progetto dei percorsi attraverso cui estrarre il marmo dalle cave di Carrara e portarlo nei blocchi e secondo la qualità da lui decisa, sino al cantiere di Roma. Cosa fosse in quel momento il Buonarroti, (artista, ingegnere o architetto), non saprei dirlo, era certamente un uomo libero che immaginava una sua opera e trovava il modo di realizzarla.
In questo episodio troveri la chiave per parlare di Art Thinking, immaginare una trasformazione, realizzare una concretizzazione di un pensiero che si fa architettura, struttura e paesaggio in armonia con il mondo naturale e spirituale, è operare secondo tale metodologia. Soprattutto è Art Thinking il non rinunciare mai a soluzioni innovative e a strade non convenzionali, le uniche che conducono verso il futuro, anche nel lavoro dell’architetto.

in foto: riuso dell’area degli Ex Mercati Generali a Roma – schema relazioni urbane e di quartiere

Lei e il team di Arteprima Progetti lavorate su quella che avete definito “rigenerazione umana” un’espressione poetica, certamente, che si concretizza in molti progetti realizzati e che, come accade già all’estero da molto, prevede una visione ed una prospettiva che coincide con l’urbanistica, con l’ingegneria, l’architettura ma non soltanto. In che maniera si porta avanti la rigenerazione umana di un luogo?
Per me la trasformazione fisica e funzionale di un luogo o di un contesto sociale ed urbano, non può prescindere dalla sua “narrazione”. Narrazione intesa come conoscenza delle azioni, dei sentimenti e delle criticità di un contesto. Dalla complessità e dalle identità nascono le motivazioni di un qualsiasi intervento che non voglia essere vissuto come una violenza o un tradimento. Un qualunque intervento in un luogo dove persone vivono e si confrontano deve partire dalla “narrazione” dei luoghi, dalla loro storia e dalla loro geografia, ma soprattutto dai sentimenti e dalle sensazioni positive che vivono in quei territori, oltre che dalle tensioni e dalle problematiche che “agitano” gli animi di chi li vive. Il progetto può così usare le forze di un luogo e di una “enclave” umana per dare risposte ai problemi di quelle persone, in modo che tutti gli “attori” possano riconoscere nella trasformazione territoriale la volontà di dare soluzioni specifiche, in grado di migliorare la qualità della vita nei luoghi oggetto di interventi di “rigenerazione”. Interventi che, a questo punto possono essere anche definiti di “rigenerazione umana”.

Il 2020 ed il 2021 hanno segnato uno stravolgimento globale, rimesso in gioco tutti gli aspetti del quotidiano. Cosa ne è emerso, secondo la sua prospettiva ed in che modo avete lavorato con Arteprima Progetti al fine di trovare delle soluzioni?
Lo stravolgimento globale di cui parli è stato per tutti noi di Arteprima una sorta di prova del nove in merito alla necessità del nostro approccio. Le vecchie consuetudini sono crollate di botto, le soluzioni ordinarie, apparentemente consolidate, hanno mostrato tutta la loro fragilità, per cui è apparso subito indispensabile ripartire dai bisogni, dai vincoli imposti dalla pandemia e dalle reali necessità, tralasciando quelle indotte da pubblicitari e venditori di sogni.
Inoltre, in particolare nel contesto italiano, il crollo delle attività economiche e la necessità di indebitarsi per stimolare una ripartenza pone con forza la questione dell’individuazione di motori ed energie in grado di generare ripresa, sviluppo e futuro nel nostro paese.

in foto: riuso edifici ex “Residence Roma” a Bravetta – progetto per una “Piazza Belvedere” di accesso al Parco

Ai due aspetti sopra tratteggiati, abbiamo provato a dare risposte reali e percorribili, indicando a gran voce la necessità di coinvolgere nel percorso di ripresa e di immaginazione di un migliore futuro collettivo, soggetti che non fossero manager, economisti, burocrati o esperti di nuove tecnologie, ma di affidare la concezione di economie ed attività innovative ad artisti o ad architetti, coinvolgendoli nelle varie “Task Force” per la ripartenza quali veri motori dell’innovazione, i soli in grado di immaginare una “nuova economia”, laddove la riproposizione di vecchi paradigmi appare inutile e non in grado di esaltare qualità innate nel nostro paese, che dell’immaginare futuro ha fatto nei secoli passati una caratteristica vincente creando spazi immortali, che ancora oggi favoriscono ricchezza e accolgono chi ricerca armonia e intelligenza. Per esemplificare, in un articolo scritto ad Aprile 2020 su Artribune ipotizzavo che Federico da Montefeltro, nell’immaginare la sua Urbino, si fosse rivolto, anziché a Francesco di Giorgio, a Luciano Laurana o Piero della Francesca, a un banchiere veneziano, il quale sarà stato probabilmente interessato, ma solo per definire le linee di credito con cui realizzare il Palazzo Ducale.
In merito invece alle possibilità offerte dalla crisi pandemica nel ripensare anche le nostre più semplici attività, in modo da tener conto dei nuovi vincoli sanitari, senza rinunciare al miglioramento della qualità della vita, in relazione ad una nuova consapevolezza nel nostro rapporto con la natura, ho realizzato con Filippo Riniolo il progetto Mare2020. Con quest’opera abbiamo immaginato un sistema di fruizione della spiaggia in grado di garantire percorsi sicuri e distanziati tra gli ombrelloni, grazie all’utilizzo di piante tipiche della fascia costiera sabbiosa, così da ricostituire un ecosistema che fosse contemporaneamente funzionale e sicuro ed in grado di restituire armonia ed equilibrio a luoghi ormai destinati a insediamenti di scarsa qualità per ombrelloni e turisti accaldati e disattenti all’ambiente. L’elemento più importante della fruizione delle spiagge diventa così l’ambiente su cui intendevamo riportare l’attenzione, anche in virtù di un disegno generale dell’insediamento mutuato dalle geometrie naturali degli alveari.

in foto: ristrutturazione con destinazione abitativa di un edificio artigianale/industriale a Roma nel quartiere “Pigneto”

Lei è un architetto, in un mondo di archistars ha scelto, invece, di lavorare fianco a fianco con gli artisti per risolvere le grandi criticità della progettazione pubblica, privata, per offrire soluzioni che non abbiano solo a che fare con i volumi e i materiali da costruzione. Cosa significa progettare in questo modo?
Da molti anni la mia attività si è focalizzata su interventi in ambito urbano, all’interno di contesti già molto densamente abitati ed antropizzati. Quando si lavora in territori di questo tipo il principale elemento su cui basare la progettazione è l’identità di chi li vive tutti i giorni, prescindere da un contesto oltre che geografico e storico, anche identitario significa nella migliore delle ipotesi realizzare un progetto autoreferenziale che avrà bisogno di anni per integrarsi nel contesto preesistente, tralasciando le problematiche nel relazionarsi con gli abitanti che potrebbero vedere l’intervento in maniera negativa opponendosi alla trasformazione.
Rispetto a tali problematiche l’artista ha la capacità di interrogare le persone, stimolando i loro veri sentimenti rispetto al luogo che abitano, generando così – anche attraverso lo strumento dell’arte relazionale – una partecipazione convinta ed attiva ai processi di trasformazione territoriale, regalando molto spesso ai luoghi di intervento anche opere fisiche quale risultato del processo, opere che contribuiscono a dare appartenenza e riconoscimento anche nei confronti di nuovi interventi, che riescono ad entrare rapidamente nel circuito di fruizione funzionale e sentimentale delle persone che lì vivono e lavorano.
In particolare questo può avvenire a Roma, dove negli ultimi 40 anni la trasformazione della città ha regalato pochissimo in termini di vantaggi ai suoi abitanti, che hanno così sviluppato un forte senso di diffidenza verso l’innovazione urbana, dopo anni in cui hanno ricevuto quartieri senza servizi e spazi pubblici scadenti e maltenuti.
Per questo motivo l’artista è l’unico a poter rompere questo muro di diffidenza, l’unico a cui le persone possono aprire la porta di casa come fosse un “angelo” in grado di portare un riscatto urbano temuto, ma necessario. Un esempio sono i grandi lavori sulle facciate degli edifici che hanno avuto sempre un grande consenso da parte dei cittadini.
Quelle stesse persone che, probabilmente, si sarebbero opposti con tutte le loro forze al montaggio di una antenna per i cellulari sul loro terrazzo di copertura, regalano tutta la facciata del palazzo ad un artista.

Molte città in Europa e non solo hanno seguito la linea di rigenerazione che anche voi di Arteprima Progetti portate avanti, eliminando sovrastrutture, preconcetti e riportando le esigenze delle comunità al centro del quotidiano; in Italia, dove l’identità urbana è spesso fondata sull’arte e sull’innesto con la Natura, perché ciò fatica ad esser la regola?
L’architettura contemporanea, il suo linguaggio e le metodologie di trasformazione urbana, ovunque nel mondo stanno lavorando ponendo al centro della loro ricerca e prassi proprio le comunità e l’ambiente naturale, invertendo una tendenza ormai datata con grandi progetti calati dall’alto da parte di soggetti economici forti o amministrazioni desiderose di autorappresentarsi. Tutto questo in Italia non avviene semplicemente perché nella maggior parte del nostro paese, il caso di Roma è in questo senso esemplare, non si realizza architettura e soprattutto l’architettura e l’arte non sono al centro dell’evoluzione urbana, tranne pochi esempi come a Milano, dove però una cultura utilitaristica e funzionalista, in alcuni casi, perde per strada la partecipazione delle comunità e il rapporto con il contesto naturale.

Raffaele, con Arteprima, in questo lungo anno, avete “lavorato per poi”, dunque, cosa succederà Poi?
Il “poi” appartiene alla categoria del possibile e quindi può contenere gli esiti di un percorso virtuoso in cui l’Art Thinking trova piena attuazione. In questo caso il nostro paese dovrebbe attraversare un auspicabile rinnovamento della attuale classe dirigente, non solo da un punto di vista generazionale, ma soprattutto sotto l’aspetto delle competenze. Il paese dove la creatività di artisti e architetti ha generato il più grande patrimonio artistico del mondo e gli spazi urbani dove tutti vogliono vivere e che in ogni luogo del pianeta hanno preso ad esempio, deve restituire la possibilità di decidere e di innovare a soggetti diversi dai burocrati e dai questurini, che oggi a vario titolo indirizzano politiche e decisioni con il solo scopo di aderire a regole e paradigmi già scritti e per questo motivo incapaci di generare reale innovazione e di rendere il nostro paese protagonista e attore della scena economica globale.
Il “poi” necessario deve quindi rimettere al centro tutti quelli in grado di immaginare un futuro in grado di sviluppare innovazione attraverso la capacità di riannodare i fili con la nostra storia e con le comunità resilienti presenti sui territori, e da lì “pensando ad arte” valorizzare territori ed energie, creare spazi vivibili e prodotti funzionali ed in armonia con bisogni e storie, individuali e collettive. L’Art Thinking può caratterizzare un nuovo rinascimento per questo paese.
In quest’ottica il “poi” di Arteprima sarà, in tale direzione, orientato a proseguire con sempre maggior energia nei nostri progetti, profit e non profit, sviluppati secondo la metodologia dell’Art Thinking quale metodo finalizzato alla realizzazione di programmi di formazione, progetti di architettura e di arte partecipata. Inoltre verranno ulteriormente finalizzati i nostri rapporti con realtà aziendali, che con il nostro supporto intendano innovare le proprie metodologie operative e prodotti in parallelo con una sempre maggiore assunzione di responsabilità sociale rispetto ai contesti in cui operano ed ai mercati sui cui finalizzano le loro attività.
Il poi, che è ben più vicino di quanto possiamo immaginare, lo si può riprogettare solo e soltanto se si cambia prospettiva e ci si affida ad una visione umanistica ed illuminata. Le città d’arte del Rinascimento sono ancora oggi un modello di funzionalità e bellezza impareggiabili e se l’Italia conserva un patrimonio ormai storico, oltralpe tali insegnamenti hanno permesso di costruire e rigenerare periferie o nuovi insediamenti urbani in maniera tale da farsi portatori di rigenerazione umana, frutto di studio della collettività, dei suoi desideri e dei suoi bisogni, grazie a quello che appare come un naturale intervento di artisti ed esperti. Come sottolineato da Raffaele Giannitelli e dal lavoro che porta avanti in Arteprima Progetti, tutto ciò sarebbe ovvia filiazione nel nostro Paese e, seppur appare una chimera, in verità, chi si affida al metodo Art Thinking, formalizzato anche in un Manifesto nel 2019 al Museo MAXXI di Roma, ma praticato da molti più anni da Giannitelli e soci Arteprima Progetti, ha saputo cambiare rotta a ciò sembrava irrecuperabile.