Quali sono i criteri scientifici che hanno indirizzato le decisioni del Governo nella gestione dell’epidemia di Covid-19 ?

154

di Paolo Ferrara 

Il passaggio dalla Fase1 alla Fase 2 della pandemia ha scatenato nella popolazione italiana una diffusa sensazione di ansia. Il sogno di una “liberazione” dopo il lunghissimo periodo di lockdown si è infranto contro la realtà di un rischio che non è per niente cessato, mentre al contempo cresce sempre di più la coscienza del disastro economico che progressivamente ci sta franando addosso. Le modalità di comunicazione attuate dal Governo e dal Presidente del Consiglio poi, abbastanza confuse, generiche e piene di accenni ai soli rischi senza però indicare una chiara crono-strategia di uscita, non hanno fatto altro se non aumentare lo stato di ansia e di sgomento.

Leggendo però con attenzione il Dpcm si capisce invece che il Comitato Tecnico Scientifico, che ha studiato e proposto  quelle decisioni ( poi cosi mal esposte dal Presidente Conte ) ha in effetti indicato un preciso percorso capace di garantire una ripresa delle attività produttive entro margini di relativa sicurezza.

La strategia identificata dal Comitato, punta precisamente a due obiettivi: in primis i cittadini ai quali richiede, con un atto di fiducia, un senso di responsabilità di tutti, poiché è obbligo di ogni cittadino contribuire alla non diffusione dell’epidemia, e successivamente responsabilizza le Regioni alle quali viene dato obbligo di “ monitorare con cadenza giornaliera l’andamento della situazione epidemiologica nei propri territori  e, in relazione a tale andamento, le condizioni di adeguatezza del sistema sanitario regionale. I dati del monitoraggio sono comunicati giornalmente dalle Regioni al ministero della Salute, all’Istituto Superiore di Sanità e al Comitato Tecnico Scientifico. Nei casi in cui dal monitoraggio emerga un aggravamento del rischio sanitario, il Presidente della Regione propone tempestivamente al Ministero della Salute le misure restrittive necessarie e urgenti per le attività produttive “.

Si capisce così come siano state istituite per la gestione dell’epidemia e delle sue ricadute sulla vita del Paese due grandi strutture funzionali in strettissimo coordinamento e interazione.  Una Struttura Centrale, costituita dal Ministero della Salute e dall’Istituto Superiore di Sanità, con funzione di “Hub”, che sintetizza ed elabora tutti dati raccolti, trasformandoli in indirizzi e proposte operative, e le Regioni, che fungono tutte da “Spot” periferici, cui è devoluto il compito di monitorare in continuo sia l’andamento dell’epidemia nei loro territori, che la “tenuta” dei sistemi sanitari locali.

Il controllo sulle Regioni per stabilire se siano più o meno in linea con la possibilità di una riapertura progressiva e graduale, si fonda essenzialmente sull’elaborazione quotidiana di 5 specifici fattori:

  1. Stabilità di trasmissione del virus

Basata sull’Indice di trasmissione del virus ( Ro ) che fornisce una informazione sintetica su quanti casi secondari vengono generati, per trasmissione interpersonale, da un caso primario. Una epidemia si instaura quando per ogni caso primario si generano più casi secondari che, a loro volta genereranno altri casi. Al contrario, se ogni singolo caso non ne contagia più nessun altro, la circolazione dell’infezione si andrà progressivamente estinguendo.  All’inizio dell’epidemia l’Ro in Lombardia era 2.6 e 4.0 (cioè ogni ammalato ne contagiava circa altri 3-4 !) ma, nel corso dell’epidemia, tale indice tende a modificarsi sia per l’efficacia delle terapie e sia per l’efficacia dei provvedimenti di distanziamento sociale e di lockdown.  Attualmente il Fattore Re (Fattore riproduttivo virale effettivo) è circa 0.7.  Per poter riprendere una normale circolazione delle persone su tutto il territorio nazionale e avere una quasi completa riapertura di tutte le attività produttive, serve un Fattore Re stabilmente sotto 1.0 (preferibilmente tra 0.2 e 0.4).

  1. Condizione di saturazione dei servizi sanitari

La soglia massima massima accettabile di occupazione di posti letto da parte di pazienti Covit 19, è stata stabilita nel 30% per le Terapie Intensive, e  del 40% per i posti letto totali di Area Medica. Se una Regione dovesse mostrare, all’interno del proprio sistema sanitario locale, il superamento di uno o di entrambi questi valori soglia, allora automaticamente scatterà lo stop del programma di apertura graduale, con un ritorno ai livelli di guardia precedenti.

  1. Attività di readness

Testa la capacità di riconoscimento ed intervento in caso di rischio mediante il controllo della capacità e della tempestività di reazione.

  1. Abilità di testare tempestivamente tutti i casi sospetti

Misura essenzialmente la percentuale di tamponi effettuati, nonché la possibilità di aumentare rapidamente tale percentuale,  in caso di aumentato bisogno

  1. Capacità di monitoraggio

Misura la capacità di rilevare tutti i casi sintomatici insieme a tutte le informazioni riguardanti la loro storia clinica:  “inizio dei sintomi; storia del ricovero in ospedale; ricovero in terapia intensiva; numero dei casi divisi per Comune di residenza”.

La Regione che non riesce a raggiungere questi requisiti base, torna alla Fase 1, con impossibilità di aprire strutture turistiche  o di accettare l’arrivo di non residenti e con l’imposizione di chiusure focali o generali a seconda che presenti dei focolai infettivi localizzati o dipendenti da una circolazione virale generalizzata.

Inoltre il Ministero della Salute e l’Istituto Superiore di Sanità, per affinare le proprie capacità di analisi e giudizio dei dati, ha previsto anche l’uso di alcuni algoritmi. Il primo, rivolto all’analisi della probabilità di crescita dei casi positivi si basa su tre domande:

  • Sono stati segnalati nella Regione nuovi casi negli ultimi 5 giorni ?
  • C’è evidenza di un aumento di trasmissione virale ? ( trend di casi in aumento; Re>1; aumento del n° di focolai)
  • C’è evidenza di una trasmissione diffusa, non gestibile con misure locali, cioè “zone rosse”?

Il secondo, rivolto a misurare l’impatto del virus pure si basa su tre domande:

  • Sono stati segnalati negli ultimi 5 giorni, casi di età superiore a 50 anni ?
  • C’è sovraccarico dei servizi sanitari?
  • Sono stati segnalati negli ultimi 7 giorni nuovi focolai nelle RSA, Case di Riposo o altre residenze di soggetti fragili ?

Se in entrambi gli algoritmi le risposte sono tutte o in maggioranza affermative, allora la probabilità di rischio risulta alta e richiede interventi di chiusura selettiva, mentre di fronte a risposte con profilo di rischio basso o medio si deve solo continuare lo stretto monitoraggio.

E’ perciò evidente che la risposta dei Tecnici, dopo un primo momento di colpevole sbandamento dovuto ad una generale impreparazione, è stata ampia e incisiva. Gli scienziati hanno dato le migliori evidenze alla politica, che ha preso le sue decisioni e così in due mesi è stato quasi completamente recuperato il gap iniziale sia da un punto di vista organizzativo-gestionale che per quanto riguarda la necessità produttiva dei dispositivi di protezione individuale che, in modo improvvido era stata, in precedenza,  tutta completamente delocalizzata. La coscienza che ci siano dei sistemi di monitoraggio e controllo a supporto delle decisioni prese, certamente può aumentare il nostro senso di fiducia, facendoci comprendere come non sia possibile stabilire “a priori” un preciso crono-programma delle progressive aperture, poiché queste decisioni possono unicamente derivare dalla elaborazione dell’enorme messe di dati che le Regioni devono raccogliere sui loro territori.

In questo momento così complesso, dobbiamo però comprendere che la maggiore quota di responsabilità è proprio quella che ricade su noi stessi!!

Siamo noi cittadini che, riprendendo progressivamente le nostre attività, siamo coinvolti in un numero estremamente maggiore di contatti sociali, per cui dobbiamo in modo cosciente e rigoroso, osservare tutte le norme del distanziamento e della protezione personale.

Mai come ora il paradigma “ aiutando noi stessi, aiutiamo anche gli altri ” ascoltato all’inizio del lockdown risulta essere attuale. Camminando per strada con la nostra mascherina ben indossata e il giusto distanziamento di almeno un metro dagli altri passanti, non dobbiamo sentire gli altri come i nuovi “nemici” contro cui combattere, o gli “untuori” da cui guardarsi, ma come persone che come noi che ( considerando che il Covid-19 può anche essere completamente asintomatico )  si stanno proteggendo, e al contempo proteggono anche noi, in una identica lotta contro quello che è il nostro comune nemico. Per “attrezzarci” a convivere con il virus, dobbiamo avviare un cambiamento culturale, consapevoli che ognuno di noi può contribuire a rallentare il contagio, e contemporaneamente contribuisce anche a proteggere le fasce di popolazione più a rischio. Serve una “mappa mentale” per riorganizzare la nostra vita intorno alle nuove priorità che il Coronavirus ci impone. Dobbiamo rifare i nostri percorsi, muovendoci molto di meno ma molto più intelligentemente. Non potremo più stringerci le mani… ma dovremo lavarle molto frequentemente!  L’applicazione rigorosa delle stesse regole di protezione, da parte di tutti, è la comune strategia della lotta contro il virus !  Dobbiamo avere la coscienza che facendo con attenzione un atto di “protezione individuale”, contemporaneamente attuiamo anche una strategia di “protezione collettiva”!

Speriamo che la coscienza di ciò possa anche spingerci ad aumentare il nostro senso di solidarietà, in questa grande, comune  tragedia che è al contempo sanitaria, economica ed umana.