Quando colmeremo la distanza tra le parole e le cose, la vita tornerà ad avere senso

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Molti anni fa il “fate quel che dico ma non quello che faccio”, che si attribuiva a sacerdoti, indicava che, talvolta, c’era rottura tra il dire ed il fare. E’ una rottura che si ritrova in ogni tempo e luogo, come ci dimostrano tante opere del patrimonio letterario universale. Per cui il “fate quel che dico ma non quel che faccio” non si doveva limitare al solo campo ecclesiastico, ma estendere anche a quelli del quotidiano vivere civile. Nella metà dell’Ottocento, Soren Kierkegaard aveva definito questa rottura ipocrisia o malafede, intendendo per tale una ipocrisia non consapevole. A ripensare alla rottura tra il dire e il fare ci invita l’articolo sul consumo del suolo italiano pubblicato su“Vita e Pensiero” di luglio-agosto. L’articolo è di Elena Granata, docente di Analisi della città e del territorio e Urbanistica presso il Politecnico di Milano e la Scuola di Economia Civile. Lapidariamente Elena Granata scrive che, in Italia, “esiste uno scarto profondo tra le parole e le cose, tra le assunzioni di principio e le prassi”. Non è qualcosa di nuovo. È quello che ha caratterizzato il vivere dell’Italia repubblicana la quale, nella massima fretta, è passata dalla civiltà agricola alla civiltà industriale – tecnologica, registrando una sempre maggiore distanza “tra percezione collettiva e diffusa di un valore e comportamenti pubblici dell’altro”. Potrebbe sembrare che a sviluppare questa distanza siano stati i partiti della Prima Repubblica, ovvero coloro che, una cosa dicendo e un’altra facendo, avevano occupato quei partiti. Basterebbe andare a rileggere tante relazioni di Segretari nazionali, di Convegni e di Assemblee per avvedersi come quella rottura ci sia spesso stata, sia a livello nazionale che locale, e sia in partiti di massa come la Dc, il Pci, il Psi, sia nei partiti minori. E non serve indagare se siano stati i partiti a promuovere la distanza tra la percezione collettiva di un valore e comportamenti collettivi, o se siano stati i cittadini a pretendere che essi promuovessero e sviluppassero questa distanza. Comunque è stata una caratteristica del popolo italiano che pochi hanno tentato di contrastare, ricevendo avversioni ed isolamenti. Ma una nazione dove dominano l’ipocrisia, la malafede e quegli escamotage con i quali si disintegra il bene comune per interessi propri o di gruppo, è destinata alla decadenza. Essa manca sempre più di quei punti fermi che danno senso e orientamento al vivere. Giustamente Elena Granata afferma che in Italia c’è in un deficit di cultura civile. Questo non potrà essere colmato continuando a mantenere uno scarto profondo tra le parole e le cose, tra le assunzioni di principio e le prassi, ma associando le parole alle cose, le assunzioni di principio alle prassi. Ma ci potrà mai essere questa inversione di una tendenza iniziata subito dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale? Tutto lascia prevedere che non potrà avvenire con la retta ragione, ma solo con qualche traumatico ed imprevisto avvenimento o, riecheggiando Martin Heidegger, se sarà Dio a salvarci.