Quando il farmaco è nocivo. Così un algoritmo lo svela

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Non basta trasformare le cellule cattive in buone, occorre anche assicurarsi che poi non tornino a essere cattive. Il paradosso è solo apparente, perché questo è quel che accade in molti tipi di malattie, soprattuto nei tumori alla prostata, dove i casi di recidive sono molto comuni. Secondo la ‘Prostate Cancer Foundation’, nonostante le terapie impiegate nei carcinomi prostatici diagnosticati precocemente mostrino un’elevata percentuale di successo, si osserva comunque un tasso di recidiva all’incirca del 20-30 per cento nel quinquennio post-trattamento. Un team di ricercatori napoletani ha scoperto perché: è “colpa” delle terapie. Nella pratica clinica, infatti, la crescita del carcinoma prostatico si contrasta mediante terapie mirate a sopprimere la produzione degli ormoni maschili, i cosiddetti androgeni, responsabili sia dello sviluppo dell’apparato genitale sia della progressione della malattia.Alessia LigrestiTuttavia – precisa Alessia Ligresti dell’Istituto di chimica biomolecolare del Cnr di Napoli – questo tipo di tumore spesso sviluppa una resistenza a questi trattamenti ormonali, ovviamente associata a una ripresa della malattia. Il nostro studio dimostra che questo effetto potrebbe essere attribuibile anche agli effetti delle terapie ormonali impiegate per contrastarlo”. La ricerca, pubblicata su Cancer Research e segnalato nei “Research Highlights” di Nature Review Urology, mette insieme biologia e matematica e per questo è stata condotta in collaborazione con il Dipartimento di matematica dell’Università di Portsmouth, in Inghilterra. È infatti grazie allo sviluppo di un modello algoritmico che i ricercatori hanno potuto predire il comportamento delle cellule benigne sviluppatesi in seguito al trattamento terapeutico per tempi più lunghi (400 giorni) di quelli sperimentali e dimostrare che, quando i livelli di androgeno prodotti dalle cellule neuroendocrine sane raggiungono livelli critici, si osserva la ripresa delle cellule tumorali residue. “In questo modo abbiamo potuto appurare – continua la ricercatrice – come quello che inizialmente sembra essere un effetto positivo dei trattamenti ormonali, e cioè la trasformazione delle cellule malate in cellule sane, potrebbe in realtà promuovere la successiva ricomparsa del carcinoma nella forma resistente”. Se confermate dalla sperimentazione in vivo, queste informazioni consentirebbero di rimodulare le terapie in modo da renderle più efficaci. “In tale refrattarietà del tumore verso le cure, si riteneva già che un ruolo fondamentale fosse svolto dall’attività delle cellule neuroendocrine formatesi a partire da quelle tumorali. L’obiettivo della nostra ricerca, quindi, era quello di fare chiarezza sui meccanismi biologici alla base di questo fenomeno”. I ricercatori intendono confermare tale ipotesi utilizzando modelli animali e campioni biologici di origine umana. “La convalida in vivo di questi risultati permetterebbe così di sviluppare modelli predittivi più complessi, in grado di rivelare i biomarcatori collegati al manifestarsi della resistenza del tumore prostatico, e contribuirebbero a migliorare l’efficacia delle cure”, conclude Ligresti.