Quando la pizza fa querelle, storie di diatribe e di successi

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Roma, 17 gen. (Labitalia) – “Il mio personale disciplinare prevede tre comandamenti. Due tagli per quattro fette: la pizza sopporta la lama massimo due volte. Usare solo le mani: una pizza tagliuzzata troppo si avvilisce. Poi, bisogna mangiarla bollente: la fusione degli elementi (pomodoro, olio evo, parmigiano, fiordilatte e basilico) avviene esclusivamente a caldo. E le lacrime non sono causate soltanto dal calore, ma da una commozione generale che produce una pizza fatta a regola d’arte”. Così l’avvocato Angelo Pisani, nella sua ultima fatica letteraria ‘Diritto alla pizza’, in uscita per Rogiosi Editore e ora in vendita per chi ha ‘fame’ di leggere e giudicare sul sito della casa editrice (https://www.rogiosi.it/product/diritto-alla-pizza/).

Non un ricettario, né una guida del gusto o l’ennesimo libro sulla pizza, ma il primo libro ‘per’ la pizza, ossia la prima opera che guarda a un aspetto mai affrontato del tema: la pizza come diritto universale, di farla o di mangiarla, al di là di tutto. L’autore, infatti, narra le diatribe legali che si sono consumate e si consumano intorno al piatto più famoso al mondo: faide familiari per l’uso del cognome di famiglia, per stabilire la paternità di eventi ad esso legati, e per innumerevoli altre motivazioni. E lo fa alternando il racconto ai ricordi personali, alle sensazioni, alle emozioni, facendo parlare i testimoni delle vicende, lasciandosi guidare e al tempo conducendoci in un viaggio nella storia della pizza che passa per vi(n)coli giuridici e dinamiche sociali.

Il libro si propone come un “sincero e sentito grido d’allarme”, come afferma il magistrato Nicola Graziano nella prefazione, per la salvaguardia del valore della pizza, e di ciò che rappresenta a livello culturale, sociale e anche economico, un bene che potrebbe unire e arricchire e invece divide e inaridisce gli animi nelle aule di Tribunale, tra le carte bollate. Non è sempre stato così, ricorda Franco Manna, presidente e fondatore del marchio Rossopomodoro, autore della seconda prefazione al volume: fino agli anni ’90 la pizza era un prodotto locale, lo sviluppo, la fama legata alla sua arte e ai suoi protagonisti era ancora lontana, non c’erano guerre tra famiglie e si era “uniti nella lotta nel tirare a campare”.

La lotta è ora invece lotta di potere, gioco forza per il predominio della diffusione del marchio, che dimentica origini, tradizione, valori e legami. E coinvolge i più famosi artigiani della pizza: Sorbillo, il celebre Gino contro il cugino Luciano; Condurro, delle pizzerie ‘Da Michele’, quelli di Forcella ora anche a Roma, Londra o in Giappone, in lotta con quelli di Fuorigrotta e Chiaia; battaglie anche nella famiglia Salvo dove Umberto, decano di una generazione di pizzaioli, è stato diffidato dai nipoti, quelli del locale di San Giorgio a Cremano o di ’50 Kalò’ a piazza Sannazaro, dall’uso del suo cognome per la sua pizzeria; e tra i Fiorenzano, che si contendono la celebrità del nome a suon di trippa da un lato e pizze fritte dall’altro; e interessa anche i ‘Figli del presidente’ e Brandi per la contestazione della nascita della Margherita.

Querelle, poi, per la ‘pizza small’, la cui vendita, in una storia che ha dell’incredibile, è costata il posto di lavoro a 15 dipendenti di una pizzeria a Casoria; e contro la pizza congelata; o per la concorrenza sleale di alcuni spot ‘americani’; o ancora per la proprietà del festival ‘Napoli Pizza Village’; e in ultimo per la pizza ‘pezzottata’, quella dello chef Cracco, che della margherita, quella vera, non ha niente. Non solo battaglie, però. La seconda parte del libro narra storie di vita, storie di successo, storie di pace e unione: quella di Franco Pepe o di Isabella De Cham o di Giuseppe Pignalosa; quella di Vincenzo, il pizzaiolo di Papa Francesco; quella della pizza sorrentina di Antonio Esposito e della sua Napoli “sognata più che posseduta, però sempre davanti agli occhi”; quella di Angelo Ranieri, campione del mondo dei pizzaioli nel 2017; e quella di Gorizia, Michele, Starita a Materdei, Portalba, Capasso, Lombardi (a via Foria), Trianon, Mattozzi, Ciro a Santa Brigida, le pizzerie centenarie riunitesi in un’associazione.

Sono storie che accendono la speranza e che fanno guardare oltre alle lotte per il monopolio di questo cibo tanto semplice e tanto prezioso, oltre le battaglie tra le carte bollate, perché, come afferma Pisani nel libro, “se tutte queste imprese marciassero compatte, costituirebbero una filiera in grado di resuscitare un’economia”. Il resto, allora, sono solo chiacchiere e alla pizza non servono: “La pizza vuole amore e unità”, è il messaggio del libro, e nulla più.