Quando la poesia narra del passato e s’interroga sul presente

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di Piero Antonio Toma

La parola è vita,  è ieri e oggi, è tempo e luogo,  ma anche morte, estingue ed inebria i desideri e le reminiscenze ma quasi mai  queste pagine di poesia (ma anche di prosa) s’avventurano verso il futuro ed hanno a che fare col Giano bifronte del passato-presente. Nella prima parte si celebra un decesso che umilia e da cui si fa fatica a tornare indietro e nella penultima, il lento e doloroso morire di congiunti.   E “sono tornati gli addii… e il non detto negli occhi, nelle rughe”.  Ad ogni piè sospinto avanza il rette rationem della solitudine  col crescere del vuoto delle assenze.  A dar mano al suo mantra solitario, concorrono in tanti, da  Borges a Pavese, e poi seguono  il commento poetico ai pittori, come  Monet e come Munch , con i quali  cerca un gemellaggio e le suggestive narrazioni dell’orto dell’infanzia e dell’Averno,  dove è più facile parlare di morte.  Dalla morte nella quale inciampiamo   dentro e fuori casa e che sovrintende ad ogni moto dell’animo, quasi desertificando tutto ciò che è sopravvissuto della nostra vita. 

Eppure per Epicuro non ha senso temere la morte, perché quando essa c’è non ci siamo noi, e, se essa non c’è, noi non ci siamo. Ma proibita sulla soglia dell’uscio, la parola si trincera in  un  significato più denso e più cupo, anche se la sua patria raggiunge proprio in questi versi altitudini coinvolgenti e partecipi. Probabilmente  è più facile narrare della sofferenza che della gioia.

Tra ieri ed oggi dunque si misura questa epifania  di sentimenti e di sofferenze, ma anche di gioie vissute e intensamente specialmente quando l’autrice si sublimava nella vecchia casa di campagna, immersa un mondo agreste e quasi arcadico,  con una fanciullezza condivisa con i suoi coetanei e protetta dalla bonomia protettiva degli adulti, e con ai simboli come la matita e i quaderni, le lezioni dal greco all’inglese  fino al “docendo discimus” (insegnando, impariamo)  di Seneca e al “pensare è essere” di Parmenide. Infatti anche i libri “aiutano a resistere, come i ricordi”.

Qui la regia dell’autrice è ineluttabile. La poesia è la patria di Maria Marmo ed è in questi versi che si misura la geografia della sua accentuata sensibilità artistica. E qui pare proprio che non ci si possa impedire di accogliere la nostra vita scandendone le coordinate del passato e del presente  e interrogandosi sul mondo senza connessione e sulla Storia, “magister del… nulla”. Ed in questa funzione questo libro canta il suo tripudio d’amore proibendo ogni insignificanza.  Il viaggio si conclude con Kafka che le ha fornito “l’intelligenza della riflessione”  e con un altro addio  a chi “né voce tua reca straniero il vento”.

Chiedi alla memoria, Maria Marmo, Homo Scrivens, Pag. 200, € 16