Quando la storia ci impone delle scelte di campo

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di Paolo Pantani

Ci sono momenti e giorni nella storia in cui tutti noi siamo chiamati a scelte di campo ineludibili.

Il 13 febbraio 1861, la caduta di Gaeta — seguita poi da quella di Messina e di Civitella del Tronto — sancì la fine di un regno glorioso e l’apertura di una ferita profonda, storica e sociale, che dura tutt’oggi.
Ci fu chi scelse la resistenza e la portò avanti duramente fino al 1900; essa si ridusse solo con l’emigrazione di massa.

Ci fu poi la caduta del fascismo, il 24 luglio 1943, che determinò l’inizio della resa nella guerra. Moltissimi militari meridionali cominciarono già allora a disertare; la Sicilia era stata invasa e, con l’8 settembre 1943, si arrivò all’armistizio senza condizioni. Fuggirono tutti.
Il fragilissimo Stato unitario era morto e sepolto in un attimo, con i tedeschi in casa, che presero possesso di quel poco che restava. Chi non volle essere fatto prigioniero e non poteva tornare a casa passò alla macchia e iniziò la Resistenza: una guerra civile tragica e sanguinosa tra chi voleva continuare e chi no.

Il 3 gennaio 2026 sarà ricordato come un giorno tremendo: è cominciata la guerra mondiale.
Non tutti ne hanno consapevolezza, così come non l’avevano il 30 settembre 1938, con l’emanazione delle leggi razziali.

Solo un giornale si oppose in Italia: il settimanale L’Eco delle Valli, poi confluito in Riforma. Il titolo era: “Israele”.
L’articolo riconobbe il debito che l’umanità ha verso gli Ebrei, fondamento della sua civiltà morale e religiosa, a partire dal monoteismo e dal Decalogo, fino alla radice cristiana — “la salvezza viene dai Giudei” — rendendo l’antisemitismo teologicamente e moralmente inaccettabile per un credente.

In contrasto con il Manifesto della razza, il giornale ribadiva il valore universale di ogni individuo, indipendentemente dalla stirpe; in definitiva, propugnava la dignità umana.
Pochi concetti basilari, parole chiare. Il settimanale non subì rappresaglie di alcun genere: la tiratura era locale e montanara, ma segnò la storia. Nessun altro ebbe tale coraggio, neppure la testata giornaliera di un noto giornale extraterritoriale della capitale, che aveva da poco “risolto” la questione romana.

Adesso siamo noi a dover dimostrare coraggio: l’invasione del Venezuela è inaccettabile e va condannata, senza se e senza ma.
Mi rendo conto che si tratta di una nazione alleata a chi invade, determinante per gli equilibri in Europa. È dal dopoguerra che sono qui da noi. A Bagnoli eravamo divisi: una parte frequentava quel mondo — “trafficava”, feste da ballo, matrimoni misti, musica e altro — un’altra, molto numerosa, li odiava e li considerava usurpatori dell’ex bellissimo Collegio Costanzo Ciano, costruito nel 1939 come Opera di Beneficenza.

Io facevo parte degli oppositori. Ho spesso partecipato a risse nei bar: quando si ubriacavano erano aggressivi, ma abbiamo sempre avuto la meglio, prima che arrivasse la shore patrol della Navy, che se li trascinava via. Non volevano rogne con i locali.

Dopo la dichiarazione dell’“ombrello” di Berlinguer — nel senso che preferiva stare più al sicuro sotto l’ombrello nucleare americano, lo disse dopo l’attentato di Sofia nel 1973 — cominciai a frequentare circoli atlantici, pur senza mai farne parte. Tanti amici, belle ragazze molto libere, piscine, feste danzanti, ma anche dibattiti culturali molto interessanti, ricchi di informazioni. Sono sempre stato molto interessato alle innovazioni.

Ancora oggi molti amici mi contestano questi incontri: “sei militarista e atlantista”, mi dicono. Rispondo che non è più così. Sono molto più preoccupati di noi. Non credo che tale alleanza duri a lungo.

Bisogna provvedere da soli, come dicono gli irlandesi veraci: Sinn Féin, Ourselves Alonenoi da soli.

Detto questo, veniamo al punctus dolens: se non mostriamo compattezza, dopo i dazi, l’aumento delle spese militari e l’acquisto obbligato di armi solo da loro, il prossimo passo sarà la presa della Groenlandia.
E sarà la fine dell’Europa — come del resto ci meritiamo, vista tale incongruenza politica, storica e di visione multipolare e mediterranea.