Quiet quitter, dipendenti insoddisfatti e infelici nei luoghi di lavoro

Dipendenti italiani tra i più insoddisfatti d’Europa: solo il 43% considera eccellente l’ambiente di lavoro, barcamenandosi tra inquietudine e impegno, tra mansioni e malessere, tra ambienti tossici e crisi di produttività. Secondo uno studio condotto da Great placet o work tra i 25mila lavoratori di 19 Paesi europei l’Italia è maglia nera per la soddisfazione professionale che riguarda solo una piccola fetta della popolazione lavorativa attiva: il 43% contro una media europea del 59%. I lavoratori italiani sono i più infelici d’Europa. Sottopagati, bullizzati e anche tristi. Quasi il 30% prova un’intensa sofferenza ed è scettico sulla possibilità di ribaltare la situazione. Il mercato del lavoro corre veloce e ci vuole performanti e preparati, curriculum di esperienze e titoli, ma i salari sono rimborsi spese o poco più del minimo. Gli studi dimostrano che gli under trentasei sono distanti anni luce dai loro coetanei europei. I lavoratori non si sentono valorizzati, la loro opinione non conta, le loro idee non trovano sviluppo, e così l’insoddisfazione si fa largo. I dipendenti cercano rispetto, equilibrio tra lavoro e vita privata, la sicurezza psicologica, la coerenza della leadership e ricevere una retribuzione equa: questi i cinque fattori determinanti per definire il grado di soddisfazione dei dipendenti. La soddisfazione della forza lavoro ha un impatto diretto sulla produttività. Ma avere dei dipendenti insoddisfatti o poco coinvolti può costare caro ad aziende ed enti, malessere e demotivazione si ripercuotono sull’operatività lavorativa, generando perdite nei confronti dei competitor e dei servizi che si vanno ad erogare. Il benessere dei dipendenti e la loro gratificazione determinerà il prodotto finale e il riconoscimento altrui. In Italia è totalmente assente l’analisi di clima, l’ascolto al dipendente è totalmente inesistente, la paura nascosta è quella di scoprire le criticità delle organizzazioni. Lo stile della leadership attualmente in atto in molti settori è quella del comando e del controllo, che crea un clima per niente disteso. La qualità della leadership influisce molto sui risultati. La qualità della leadership ha un impatto positivo e profondo sulle prestazioni di un’organizzazione e l’indagine di Great placet o work dimostra come la soddisfazione, la fidelizzazione e il sostegno dei dipendenti ne guidano in maniera diretta la produttività quando si è in presenza di leader di cui ci si può fidare. Solo il 4% dei collaboratori si dichiara soddisfatto delle organizzazioni in cui manca una leadership che suscita elevati livelli di fiducia, un divario di ben 85 punti percentuali se confrontato con livello di soddisfazione (89%) mostrato dai collaborati dei migliori luoghi di lavoro europei. E’ tempo per i leader delle organizzazioni e per scuole di management di agire sulle capacità dei futuri manager di conquistarsi la fiducia dei propri collaboratori. Da qui, oltre che dall’innovazione e dalla tecnologia si può partire per aumentare la produttività di questo Paese. Il fenomeno assume il nome di quiet quitting o dimissioni silenziose, è un termine che descrive una situazione in cui un dipendente non si dimette ufficialmente dal proprio ruolo, ma riduce volontariamente il proprio impegno lavorativo al minimo necessario. In altre parole, il dipendente non investe le sue energie e la sua motivazione. Il quiet quitting è spesso interpretato come un segnale di disimpegno che potrebbe precedere l’abbandono effettivo del posto di lavoro. Il quiet quitting nasce principalmente dal sovraccarico lavorativo e dal burnout, la mancanza di pause e di supporto può portare il dipendente a ridurre il suo impegno e preservare il proprio benessere. Si passa poi attraverso la mancanza di riconoscimento, aspettative non realistiche, senso di disconnessione dall’azienda, sino alle assenti prospettive di carriera. Il quit quitting è un malessere e come tale genera isolamento, i lavoratori possono sentirsi esclusi dalle attività quotidiane e perdere il senso di appartenenza al gruppo. Si perde l’autostima, alimentando la percezione di inutilità e precarietà sul lavoro. Lo stress diventa cronico e l’irritabilità aumenta. Il quiet quitting si ripercuote anche sulla salute mentale, aumentando i problemi psicologici e il burnout. In altre parole, il dipendente come un cerino si spegne poco alla volta, non rende più, la produttività cala notevolmente, e la restituzione in termini di lavoro è alquanto discutibile. A chi giova tutto questo? Non è chiara la risposta o è difficile a darsela, ma resta un fenomeno preoccupante destinato a crescere nel silenzio e nell’inerzia, forse perché è più facile non pensare al benessere del dipendente.