Rabota: lavoratore o schiavo? Primato alla creatività

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Rabota è la parola in lingua ceca per lavoro, una parola non rassicurante derivando dal termine schiavo. Di schiavitù siamo costretti a riparlare da quando con l’avanzare del lavoro svolto dai robot anche le persone possono mutare in robot nel lavoro come nel tempo libero, perché costretti o autoindotti ad assecondare quanto richiesto dagli apparati controllati dall’intelligenza artificiale. Ci stiamo abituando a vivere così intimamente con le tecnologie da non prenderci la briga di esaminarle a fondo. È questa una sciagura da evitare rinnovando le leggi del pensiero umano superate dalla realtà.

È forte il bisogno, ma non sufficientemente avvertito, di ripensare il lavoratore in veste di creatore e propagatore di idee, mettendo a frutto il dono della sua mente intuitiva. La storia dell’umanità ci insegna che la vita educativa, lavorativa e sociale che sia intensamente creativa ha la sua fonte energetica primaria nella partecipazione attiva a un’orchestra da camera dove a risuonare non sono le note ma i discorsi. Nel Seicento e Settecento orchestre da camera erano i salotti intellettuali dove persone di tutte le classi sociali e nazionalità si incontravano e si compenetravano i dialoghi tra le scienze naturali e le scienze dell’uomo. I partecipanti potevano giudicare l’effetto che le proprie parole producevano negli altri. Le reazioni ricevute sollevavano conflitti di conoscenza da cui sprigionavano curiosità e creatività. Quella storia fa vedere il buio che subentra al tramonto del sole dei conflitti cognitivi, come accadde nel mondo arabo che ebbe il suo epicentro di scoperte e innovazioni nella Baghdad nel IX secolo. La stessa oscurità calò sulla Cina a seguito del diffondersi del dubbio che l’acquisizione della conoscenza avrebbe comportato la perdita della felicità. Il fatto vero è che si perde il lavoro creativo svolto dall’ideatore che subentra al lavoratore robotizzato.

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