Raffaele Boemio e il Tempo di Archè, mostra alla Galleria Frame Ars Artes di Napoli

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in foto un'opera di Raffaele Boemio

L’Occhio di Leone, ideato dall’artista Giuseppe Leone, è un osservatorio sull’arte visiva che, attraverso gli scritti di critici ed operatori culturali, vuole offrire una lettura di quel che accade nel mondo dell’arte, in Italia e all’estero, avanzando proposte e svolgendo indagini e analisi di rilievo nazionale e internazionale.

di Gaetano Romano

Si intitola Tempo di Archè e cerca di “avvistare” l’origine di tutte le cose, la mostra dell’artista Lello Boemio a cura di Domenico Natale, aperta da sabato 10 giugno alla Galleria FrameArsArtes di Paola Pozzi (Napoli, Corso Vittorio Emanuele 525 ), spazio aperto da sempre alle istanze cangianti delle arti.
La mostra segue la
rassegna appena conclusa (con successo di pubblico e di critica) “Fluxus Arte Totale” allestita in collaborazione con l’Archivio Pari&Dispari di Reggio Emilia (fondo Rosanna Chiessi) in occasione del 60° anniversario della nascita del movimento, promosso e sostenuto storicamente dalla Chiessi.

Boemio è presente dalla metà degli anni settanta sulla scena artistica napoletana con un forte impegno nel solco dell’Arte nel Sociale; per la Casa del Popolo di Ponticelli ha realizzato le opere dal ciclo Trappole Maieutiche, riscuotendo l’attenzione del critico Enrico Crispolti; ha quindi fondato  e fatto parte del gruppo X/Arte con Mimmo Natale e Habel.

Oggi l’artista, disilluso, dopo vari decenni di impegno silenzioso e claustrale trascorso sottotraccia, invoca e rivolge il suo appello alla Natura,  la radice primigenia e fonte di vita, quella stessa, forse, che ricercavano i primi filosofi (l’acqua per Talete, l’aria per Anassimene, il Logos rappresentato dal fuoco per Eraclito e Panta Rei, tutto scorre)   per spiegare il mondo che mai come ora, sembra dirci l’artista, appare insensato e crudele.

Le opere esposte  alzano il sipario finalmente sulla rinascenza pittorica ed etica dell’artista che ora vede il mondo da una postazione più vicina alle urgenti problematiche che interessano il pianeta, a partire dalla crisi climatica e dai danni ambientali conseguenza dell’inquinamento prodotto dalla crescita imposta dal capitalismo, e dallo spostamento di vaste moltitudini di esseri umani vaganti alla ricerca di nuovi continenti e nuove terre dove mettere piede.

Le grandi tele, finemente istoriate di segni e grafemi pulsanti di vita biologica (la nascita, l’embrione) vaganti nello spazio alla ricerca di un grembo, sono inquietanti e provocano tremori al nostro sguardo che si riconosce impotente al cospetto del creato. E inducono a cambiare il modo con cui ci relazioniamo con la Terra e con lo spazio, in vista dell’alba e del tramonto, non a caso i due momenti del giorno in cui ci sentiamo più vicino alla natura.       

Intensa e tenace la struttura cromatica, che ora slarga le sue maglie dopo aver lasciato per sempre le superfici plumbee, che restano impresse nella memoria dell’artista sottotraccia e ancora roventi, mentre si annuncia il chiarore che vive nei segni e nel movimento, nelle cartografie immaginarie di un nuovo pianeta. Come scriveva Majakovskij “Per l’allegria il pianeta nostro è poco attrezzato / bisogna strappare la gioia ai giorni futuri”.
Infine, la resa visiva è agita attraversando con il fuoco alle calcagna il terreno della surrealtà, che confinando con l’attività onirica fa apparire reali gli infiniti mondi che vagano non trovati nell’universo.

in foto: Raffaele Boemi, Semiosi (tecnica mista su tela, cm. 80×60)
in foto: Raffaele Boemi, Semiosi (tecnica mista su tela, cm. 125 x 100)
in foto Raffaele Boemio, Conditio (particolare)