Ragioni per fare, ragioni per non fare

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di Ugo Righi

Ci sono sempre un sacco di buone ragioni per non fare, ma altrettante per fare e altre ancora per fare diversamente.
Il punto chiave rispetto a qualsiasi problema affrontiamo sembra che non ci siano soluzioni in grado di soddisfare tutti coloro che ne sono coinvolti, soprattutto quando la percezione del problema riguarda prioritariamente la propria realtà specifica e s’ignora che la causa, che lo genera, risiede a un livello di analisi superiore.
Mi riferisco al nostro funzionamento come Europa e ora ad esempio il problema dei migranti, ma potremmo trattarne a centinaia.
Non ci sono problema ma situazioni problematiche e problemi, cause e gli effetti sono intrecciati in termini complessi e risolvere vuol dire trovare la causa vera e non trattare gli effetti.
Non riusciamo a vivere insieme e neanche a comunicare: dal micro al macro.
La grande contraddizione in cui ci dibattiamo è che i governi delle nazioni sono vincolati da pressioni che provengono sia dall’interno sia dall’esterno dei paesi e che queste pressioni sono antagonistiche e inconciliabili.
Una pressione è quella che viene agita dagli elettori che esprimono esigenze che chi è eletto non può non considerare se vuole continuare ad avere il potere anche perché il potere gli è stato dato proprio per soddisfare quelle esigenze che sono una promessa.
L’altra pressione è quella che arriva dal sistema macro di cui il paese è un sottosistema il quale può ignorare le esigenze locali e fare appello a quelle superiori.
Le esigenze superiori sono in realtà spesso una mistificazione perché sono definite dai sottosistemi con più potere che possono spacciare come oggettive delle esigenze che sono in realtà le proprie ( soggettive).
C’è frantumazione e squilibrio e in definitiva nessun potere ha il potere di agire nel sistema complesso complessivo di dipendenze e contro dipendenze che non riescono a diventare interdipendenze.
Il potere è limitato e strabico e quindi spesso le soluzioni non sono altro che lo spostamento dei problemi o la loro proliferazione.
Solo attraverso un grande cambiamento paradigmatico potremmo sperare di farcela condividendo una nuova identità planetaria dove il valore dominante diventi un diverso tipo di solidarietà umana.
Occorrerebbero nuove domande sulla visione, sul percorso.
Domande che non sono fatte perché nessuno può sopportare la risposta che potrebbe smascherare che non si tratta di un sogno ma di un’utopia.
Servirebbe un-dei leader sopra le parti per poter veramente trattare le parti come componenti di un sistema che le contiene.
Altrimenti francamente io non riesco a capire come ne usciremo.