Rapporto Rota: Il futuro di Napoli passa per le quattro “A” dell’Industria

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Segnali di ripresa ci sono, Napoli ce la può fare se punta sulle quattro “a” del manifatturiero: autoveicoli, aerospazio, abbigliamento e agroalimentare. Questo è ciò che emerge dal secondo Rapporto “Giorgio Rota” realizzato da Srm, Centro Einaudi e Unione Industriali di Napoli e presentato questa mattina nella sede partenopea di Confindustria.
Presenti all’incontro Mario Mattioli, consigliere incaricato al Centro studi dell’Unione Industriali di Napoli, Massimo Deandreis, direttore generale di Srm, Giuseppe Russo, direttore del Centro Einaudi, Luisa Debernardi, ricercatrice Centro Einaudi, Consuelo Carreras, ricercatrice Srm, Federico Monga, vicedirettore de Il Mattino, Francesca Ambrosio, Idav (Industria Dolciaria Alimentare Vesuviana), Angela Digrandi, direttore Istat di Napoli, Francesco Izzo, ordinario di Strategie di Impresa della Seconda Università di Napoli, Carlo Palmieri, ad Pianoforte Group (Carpisa, Yamamay, Jaked), Ambrogio Prezioso, presidente dell’Unione Industriali di Napoli.

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Il Rapporto analizza la situazione economica generale focalizzando l’attenzione sui cambiamenti in corso nella città di Napoli dove nonostante il processo di deindustrializzazione è ancora forte la presenza di imprese, soprattutto dei settore manifatturiero e servizi. Lo dicono i dati che a livello nazionale lasciano intravedere “alcuni timidi segnali di ripresa” come il tasso di crescita del PIL italiano positivo, il “leggero” calo del tasso di disoccupazione, l’aumento della produzione industriale, il clima di fiducia di imprese e consumatori che “sembra aver invertito la rotta“. Ripresa che interessa anche Napoli dove, si legge nel rapporto, c’è un tessuto produttivo molto articolato, che si distingue per l’elevata numerosità delle imprese attive. “Nel 2011, a Napoli se ne contavano 172.213, grazie alle quali essa si colloca stabilmente in quarta posizione nella graduatoria delle provincie metropolitane per numerosità di imprese, subito dopo Torino e prima di Firenze. Una posizione rimasta invariata fino a oggi“.

La dinamicità è rilevata anche dalla percentuale di crescita che dal 1971 al 2011 è pari al 115,8%. “Si tratta di un incremento inferiore solo a quello avvenuto a Roma (+183%) – dice il rapporto – e che ha permesso a Napoli di avvicinarsi progressivamente a Torino: nel 2001, ad esempio, il divario tra le due province era superiore alle 15.000 unità, mentre nel 2011 si è ridotto a poco meno di 2.000.

Per quanto riguarda la composizione del tessuto industriale, a Napoli si segnala una forte presenza di micro e piccole imprese. “Secondo i dati del 2011 – si legge ancora – le micro imprese nella provincia di Napoli sono circa il 96% delle imprese totali, una percentuale di poco superiore a quella nazionale del 95,2%. Inoltre negli ultimi anni si sta assistendo ad un incremento del numero di imprese individuali“. In generale, l’andamento del tasso di natalità nell’area napoletana è di rilievo e può, entro certi limiti, essere considerato come una sorta di reazione alla crisi. Con un tasso di mortalità costante, il tasso di sviluppo risulta nettamente superiore rispetto a quello campano e nazionale. 
Napoli va forte anche per quanto riguarda l’incidenza delle imprese giovanili sul totale. E’ infatti terza tra le province metropolitane del Paese con il 14,7%, dopo Reggio Calabria e Palermo.

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Sulla scorta di questi dati, il rapporto evidenzia come, “una leva su cui agire per rilanciare l’economia potrebbe essere quella di promuovere il settore industriale“. Napoli infatti vanta ancora una forte tradizione nel settore manifatturiero. “E’ al 2° posto fra le città metropolitane per numero di imprese attive nel settore  manifatturiero (quasi 20.000). Al 4° posto per unità locali ed al 6° per addetti (oltre 86.000). L’industria manifatturiera di Napoli mantiene un peso significativo nel contesto regionale e dell’intero Mezzogiorno. Vale infatti circa il 51% del Valore Aggiunto manifatturiero della Campania, circa il 15% del Valore Aggiunto manifatturiero del Mezzogiorno, 1,8% del Valore Aggiunto manifatturiero nazionale“.

Quattro in particolare sono i settori che si distinguono sugli altri, quelli identificati dalle quattro “A”: autoveicoli, aerospazio, abbigliamento e agroalimentare. “L’abbigliamento e l’agroalimentare sono tra i settori con il maggior numero di unità locali e di addetti – dice il rapporto – I mezzi di trasporto, invece, hanno poche unità locali ma il maggiore numero di addetti. Ciò è dovuto al fatto che nella provincia di Napoli sono localizzate alcune grandi imprese che impiegano numerosi addetti. La presenza di tali imprese conferma l’assoluta rilevanza del comparto all’interno del sistema industriale locale“.

Anche il peso dell’export è rilevante. La Città pesa per il 53% dell’export della Campania, per il 12% dell’export del Mezzogiorno, per l’1,2% dell’export nazionale. E all’interno del dato generale la valenza delle 4 A è indubbia. 

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Infine l’indagine si sofferma sui cambiamenti in atto con la nascita della Città Metropolitana che può “avere un importante ruolo di promotore dello sviluppo economico” perché acquisisce “tre funzioni nuove e importanti: pianificazione strategica, pianificazione territoriale e promozione dello sviluppo economico“. 

L’istituzione dell’ente Città metropolitana, la programmazione dei fondi europei 2014-2020 e l’elevata specializzazione in alcuni settori manifatturieri, in definitiva, possono costituire  un’occasione importante da sfruttare per far ripartire l’economia locale.