Rassegne, Cannes 2026 parla tutte le lingue tranne una: l’italiano

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C’è un vuoto che pesa più di qualsiasi presenza. Alla 79ª edizione del Festival di Cannes 2026, in programma dal 12 al 23 maggio, l’Italia non c’è. Nessun film, nessun titolo, nessuna voce in concorso o nelle sezioni principali. Un’assenza che non passa inosservata e che riporta alla memoria il 2016, ultima volta senza rappresentanza ufficiale.

Eppure Cannes non è mai stato così aperto. La selezione, presentata dalla presidente Iris Knobloch e dal delegato generale Thierry Frémaux, disegna una mappa cinematografica in continua espansione. Paesi alla prima apparizione come il Costa Rica, insieme a Nepal, Kenya, Somalia e Libano, testimoniano una geografia in pieno movimento. L’Asia, in particolare, si impone come uno dei poli creativi più vitali del momento. L’Europa mediterranea, invece, arretra. E l’Italia scompare.

Frémaux prova a ridimensionare il caso, sottolineando la vitalità delle nuove generazioni e citando nomi come Paolo Sorrentino, Valeria Golino e il produttore Nicola Giuliano. Poi scherza, evocando paragoni calcistici: anche la Francia, ricorda, ha saltato dei Mondiali prima di tornare a vincere. Ma la battuta non cancella il dato: Cannes 2026 ignora una delle cinematografie storiche del continente.

Nel frattempo, il concorso principale si annuncia densissimo. Ventuno titoli, con il ritorno di autori di primo piano. Pedro Almodóvar porta “Amarga Navidad”, storia intima di una separazione durante le feste. Asghar Farhadi firma “Histoires parallèles”, mentre Hirokazu Kore-eda torna con il suo cinema contemplativo. Tra i habitué dei festival spicca anche Ryusuke Hamaguchi.

L’Europa risponde con nuove prospettive e riletture del passato: Lukas Dhont presenta “Coward”, ambientato nelle trincee della Prima guerra mondiale; Pawel Pawlikowski firma “Fatherland”, sul ritorno di Thomas Mann nella Germania del dopoguerra; Cristian Mungiu debutta in inglese con “Fjord”.

Fuori concorso, spazio all’estetica radicale di Nicolas Winding Refn. Hollywood resta defilata, lontana dalle grandi produzioni ma presente con incursioni d’autore: Steven Soderbergh racconta John Lennon in un documentario, mentre Ron Howard dedica un lavoro al fotografo Richard Avedon.

Sul tappeto rosso, invece, le star non mancano. Il cinema francese gioca in casa e domina la scena: Marion Cotillard e Catherine Deneuve sono presenti entrambe con due film, affiancate da Vincent Cassel e Léa Seydoux.

Tra gli eventi speciali, spicca la Palma d’oro alla carriera assegnata a Barbra Streisand, icona assoluta dello spettacolo. John Travolta, invece, debutta alla regia con un progetto personale ispirato al volo: un’opera breve, quasi intima, lontana dall’immagine pubblica dell’attore.

L’apertura sarà affidata a “La Vénus électrique” di Pierre Salvadori, ambientato nella Parigi del 1928. A presiedere la giuria sarà il regista sudcoreano Park Chan-wook. Cinque le registe in concorso: circa un quarto del totale, un segnale di crescita ancora lontano dall’equilibrio.

E poi resta il paradosso. L’Italia è ovunque, ma invisibile. Evocata, citata, celebrata indirettamente attraverso l’eredità di Federico Fellini e di una tradizione che continua a influenzare il cinema mondiale. Ma nei fatti assente.