Recessione finita ma la crescita non si vede

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I dati Istat sul Pil resi pubblici nel corso di questa settimana certificano, anche per l’Italia, l’uscita dalla recessione: ma, al di là delle inevitabili polemiche I dati Istat sul Pil resi pubblici nel corso di questa settimana certificano, anche per l’Italia, l’uscita dalla recessione: ma, al di là delle inevitabili polemiche – dato il clima politico perennemente rissoso del nostro Paese – sulle cause reali di questa (leggera) inversione di tendenza dell’economia italiana, si può finalmente parlare di ripresa? La Confesercenti è scettica. “Si tratta decisamente una buona notizia – è il commento di Massimo Vivoli, presidente di Confesercenti -, ma la crescita resta ancora una scommessa impegnativa come dimostra il fatto che per ora nel 2015 la variazione acquisita è un debole 0,2 per cento”. Pil positivo, dunque, ma anche Pil lumaca rispetto ai Paesi dell’eurozona, alcuni dei quali registrano performance decisamente migliori. Per Confesercenti siamo sulla buona strada ma occorre accelerare le misure che diano respiro alla domanda interna per rivitalizzare consumi e per ridare forza alla gran parte delle imprese che producono e lavorano per il mercato interno. I dati sull’inflazione – che in aprile è di nuovo sotto lo zero – e sul commercio sono del resto significativi: tra gennaio ed aprile hanno abbassato la serranda circa 162 attività al giorno, per un totale di 19.550 negozi chiusi. Le nuove aperture sono state invece 8.896, per un saldo finale negativo di 10.654 imprese. Un dato purtroppo sostanzialmente in linea con il saldo del primo quadrimestre dello scorso anno (meno 10.945 imprese). “E’ necessario metter mano rapidamente a misure che riducano la pressione fiscale”, aggiunge Vivoli, “invertendo tangibilmente la tendenza di questi anni su Iva, Irpef e addizionali. Occorre altresì restituire potere d’acquisto ai redditi medio bassi ed in questo senso sarebbe importante intervenire, sia pur gradualmente sulle pensioni”. Da sciogliere ancora resta, secondo Confesercenti, il nodo del credito: nonostante gli interventi, i prestiti alle imprese continuano a diminuire. E si insiste sul fatto che bisogna agire con più forza per mettere in condizione le banche ed i Confidi di lavorare meglio e con meno vincoli, oppure continuerà l’emorragia di imprese, soprattutto quelle senza dipendenti, che in Italia garantiscono quasi 6 milioni di posti di lavoro. “E’ per questo – afferma Vivoli – che chiediamo la creazione di un Testo Unico del Lavoro Indipendente, che preveda – fra gli interventi più urgenti – tassazione e contribuzione agevolata per i primi tre anni di attività delle nuove imprese, formazione continua per gli imprenditori, tutele del reddito in caso di inattività temporanea o di cessazione di attività per crisi di mercato, e un particolare sostegno dell’imprenditoria giovanile e femminile, necessario per favorire l’avvio di attività in proprio da parte di lavoratori dipendenti espulsi dal mercato del lavoro”. A livello territoriale, la regione che mostra la diminuzione più accentuata, a livello percentuale, è la Sicilia (meno 2,6 per cento, meno 1.238 negozi), mentre il maggior numero assoluto di chiusure è in Campania (meno 1.337). La desertificazione delle attività commerciali è forte soprattutto nella Provincia, dove le imprese registrate diminuiscono più velocemente (meno 1,1 per cento) che nei comuni delle città capoluogo (meno 0,8 per cento). Quasi tutti i comparti mostrano difficoltà: particolarmente sofferente la moda, dove si registrano più di due chiusure ogni apertura: tra gennaio ed aprile le cessazioni nel commercio di abbigliamento sono state 4.633 e le iscrizioni appena 1.980. Non riescono a ripartire nemmeno i negozi specializzati in carne (meno 402) e ortofrutta (meno 236 imprese). La crisi, invece, sembra quasi aver giovato al commercio ambulante, l’unico comparto a registrare una variazione positiva: nei primi quattro mesi del 2015 sono nate quasi 42 imprese al giorno, per un totale che sfiora le cinquemila unità e che porta ad un saldo finale positivo di 880. In lieve crescita anche i negozi online (più 44).