Recovery Fund, non esistono pasti gratis

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in foto Ursula Von der Leyen, presidente della Commissione europea

Non esistono pasti gratis. Resa famosa in ambiente economico dal premio Nobel Milton Friedman, questa massima viene troppe volte dimenticata o contestata (per il presunto eccesso di carica liberale) mentre dovrebbe accompagnare le scelte di ciascuno di noi e in particolare di chi governa le sorti comuni.

Affermare che non esistono pasti gratis non vuol essere una critica a chi ne offre – meritevole l’esempio delle mense per i poveri – ma vuol semplicemente ricordare che quel pasto sarà sicuramente pagato da qualcun altro, mecenate o contribuente attraverso la tassazione, in maniera consapevole o meno.

Queste considerazioni diventano attuali di fronte all’entusiasmo per i 173 miliardi euro che la Commissione europea, grazie soprattutto all’impegno di Francia e Germania, si appresterebbe a mettere a disposizione dell’Italia attraverso lo strumento – da costruire e collaudare – del Recovery Fund.

Una buona cosa, certamente, ma da inquadrare nel modo giusto per evitare equivoci e delusioni. Gli 82 miliardi di sussidi e i 91 miliardi di prestiti, se le previsioni si realizzeranno, non ci saranno assegnati gratis ma dietro precise condizioni i primi e un sicuro (seppur lungo) piano di rientro i secondi.

Le condizioni per liberare gli 82 miliardi di sussidi (potremmo dire per semplificare “a fondo perduto” e cioè senza obbligo di restituzione) riguardano la capacità di mettere mano a quelle riforme giuste e necessarie, modernizzatrici, che tutti dicono di voler attuare e nessuno riesce a introdurre ormai da molti anni.

L’obiettivo che ci viene indicato, la condizione per darci i soldi, è rendere il Paese più efficiente nell’uso delle risorse che ci verranno riconosciute. Il rischio che l’Europa intravede – a ragion veduta – è che i fondi destinati alla crescita siano invece sperperati o dirottati su canali assistenziali e criminali.

Che sia per colpa o per dolo, la reputazione dell’Italia nella scelta delle sue priorità non è delle migliori. Da qui la perplessità di alcuni partner europei – autoproclamatisi frugali – nell’essere così generosi verso un membro della Comunità che troppe volte ha dimostrato di non riuscire a perseguire i suoi stessi interessi.

Dunque, occorre mettere a freno una burocrazia autoreferenziale, garantire una giustizia civile e penale più veloce e meno arbitraria (tutto questo mentre fioriscono le intercettazioni sulla vocazione politica e traffichina di certa magistratura), rendere meno cervellotico il sistema delle regole da seguire.

Nel caso dei 91 miliardi concessi a prestito, poi, si tratta di convincere l’Unione della nostra capacità di rimborsarli sia pure in trent’anni e a tassi di grande favore. Di nuovo la chiave di volta è la capacità di produrre ricchezza in modo costante e continuato per evitare di coinvolgere gli altri nel nostro fallimento.

Insomma, che si tratti del Recovery Fund, del Mes, del Sure, della Bei – per allineare le varie opportunità che si presentano sull’orizzonte europeo – occorre comprendere fino in fondo che non sarà possibile attingere alla cassa comune senza una chiara strategia e una visione condivisa.

Non per cattiveria. Ma perché, appunto, non esistono pasti gratis. Alla fine della giostra il conto qualcuno dovrà sempre e comunque pagarlo.