Referendum, risultati falsati all’estero per la chiusura delle sedi consolari

51
In foto Marco Petacco

Le chiusure delle rappresentanze diplomatiche italiane all’estero a causa dell’epidemia di coronavirus compromettono “non solo la partecipazione, ma anche la veridicità della partecipazione” al referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, in programma il 20 e 21 settembre. Lo ha sottolineato, in un’intervista ad askanews, il segretario generale del Cgie (Consiglio Generale degli Italiani all’Estero),Michele Schiavone.”Ho ricevuto le ultime indicazioni dagli Stati Uniti, dal Messico e dal Nord America”, ha affermato, “Negli Stati Uniti, in Canada e in Messico si registrano oltre sei milioni di contagi e quasi 200mila morti. In America Latina, tra Brasile, Argentina, Perù e Venezuela, sono chiusi alcuni consolati e ambasciate e in quest’area risiedono oltre un milione di connazionali. A Buenos Aires la cancelleria consolare è chiusa e il Console Marco Petacco solo nella capitale argentina afferma che sono iscritti 220mila italiani”. Marco Miggiamo su ‘Gente d’Italia’ prosegue affermando: lo stesso sottosegretario “Ricardo Merlo”, ha proseguito, “qualche giorno fa ha comunicato che oltre venti rappresentanze diplomati- co-consolari sono chiuse: questo compromette non solo la partecipazione, ma anche la veridicità della partecipazione. Se i consolati sono chiusi non è detto che all’in- terno dei consolati i funzionari lavorino per aggiornare le liste elettorali. Questa è una situazione che non va addebitata ai funzionari o all’amministrazione, è nello stato delle cose. E’ una situazione che il nostro Paese, soprattutto il nostro governo e il presidente della Repubblica – in quanto garante della Costituzione – dovrebbero prendere in seria considerazione. Lasciando sola l’amministrazione sarebbero dei meri esecutori, ma sono il governo e la politica che dovrebbero risolvere il problema: venti consolati o ambasciate chiuse rappresentano come minimo oltre un milione e mezzo – se non due milioni – di elettori che non parteciperanno o che parteciperanno in maniera ‘spuria’”. E comunque, In caso di vittoria del “sì” al referendum costituzionale sulla riduzione dei parlamentari, in programma il 20 e 21 settembre, il Consiglio Generale degli Italiani all’Estero si aspetta “riforme profonde non solo della partecipazione al voto”, ma anche “dell’architettura della rappresentanza, dal primo grado fino al par- lamento” – aggiunge Schiavone. “La riduzione dei parlamentari di per sé – soprattutto nella circoscrizione estera – mette in dubbio la rappresentanza delle nostre comunità, in quanto si ridurrebbe del 36 per cento il numero dei rappresentanti che è già esiguo. A differenza della rappresentanza prevista in Italia, già oggi esiste un forte squilibrio”, ha ricordato, “Sono del parere che con la pro- posta di riduzione noi dovremmo confrontarci, perché il Paese ha bisogno di riforme e anche di una rappresentanza molto più solida rispetto alla deriva con la quale deve confrontarsi, soprattutto negli ultimi anni. Tuttavia il numero dei parlamentari che rappresenta la circoscrizione estera, dalla sua istituzione, è risicato: 20 anni fa, quando ci fu la modifica della costituzione e l’inserimento di questi nostri parlamentari (12 deputati e 6 senatori) in realtà fu trovata una soluzione ‘mediana’ per dare almeno una parvenza di rappresentatività a interi continenti. Cosa che verrebbe meno con una modi- fica quale quella che chiede il referendum, che creerebbe diverse difficoltà nella rappresentanza”. Con l’approvazione della riforme, il numero dei parlamentari all’estero scenderebbe a 8 deputati e 4 senatori, con un taglio di un terzo, sei in meno. “Già oggi i parlamentari hanno difficoltà a seguire i territori e in futuro, riducendo il loro numero, diventerà quasi impossibile poter svolgere le proprie mansioni quando si ha a a che fare con diversi Paesi, diverse lingue, diverse istituzioni”, ha ammesso Schiavone, “Se il filo conduttore sono gli italiani all’estero, diventa ancora più complicato svolgere attività di questa natura. Non è però solo questa la questione: in realtà da tempo il Cgie chiede di riformare tutta la legge della rappresentanza, quella di base (i Comites), quella intermedia (il Cgie) e anche le procedure per l’elezione dei parlamentari. Non parliamo in astratto, ma sono considerazioni sulle quali negli ultimi anni il Consiglio generale si è soffermato e ha lanciato delle proposte che ha consegnato al governo. Queste proposte sono bloccate e noi avremmo piacere di poterne discutere con le diverse commissioni parlamentari, perché non basta solamente tagliare il numero ma bisogna anche sostanziare quella che è l’architettura vera della rappresentanza. A maggior ragione perché 20 anni fa, quando è stata inserita la rappresentanza degli italiani all’estero in Parlamento, eravamo circa in 3 milioni 350mila, mentre oggi questo numero è quasi raddoppiato e si par-a dalle ultime rilevazioni presso le anagrafi consolari di 6 milioni e 200mila. Lascio ben capire che c’è fortissimo malcontento tra le comunità, specie perché un’operazione di questa natura allontanerebbe davvero la rappresentanza dai territori”. Il segretario generale del Cgie ha comunque molto chiaro il clima politico, oltre a essere consapevole che quello di fine settembre è un referendum confermativo, dunque non ha bisogno che si raggiunga il quorum. “Mi rendo conto che la situazione non è drammatica l’orientamento diffuso in Italia, la propensione è verso una riduzione perché la politica nel nostro Paese viene vissuta oggi in maniera molto superficiale, se non improvvisata, ed è uno dei motivi per cui è stato indetto questo referendum”, le sue parole, “Questo non ci meraviglia. Quello che in realtà ci porta a riflettere è come dare rappresentanza a comunità diverse, che aumentano sempre di più: bisogna pensare che il numero degli italiani all’estero per sostanza equivale a una rappresentanza inferiore solo alla LombardiaVerso queste comunità il nostro Paese avrebbe degli obblighi, per inserirle e integrarle all’interno del sistema della rappresentanza. Se questo referendum dovesse essere approvato, la prima cosa che ci aspetteremmo sono delle riforme profonde non solo della partecipazione al voto – che è urgente – ma anche dell’architettura della rappresentanza dal primo grado fino al parlamento. Sono situazioni che il legislatore deve prendere in considerazione e in prospettiva indicare, perché a oggi questo non è dato sapere e nessuno sa che cosa succederà. Per queste ragioni sarebbe stato utile anticipare le modalità, la struttura con cui il nostro Paese intende dare rappresentanza”. Poi la sottolineatura.”Per essere chiaro e sincero”, ha aggiunto Schiavone, “noi nella riduzione del numero dei parlamentari ma nell’assenza di un disegno complessivo di riequilibrio delle funzioni tra Camera e Senato e nella mancanza di omogeneità e proporzionalità tra il numero de- gli eletti e degli elettori, come nel caso degli italiani all’estero. Il messaggio complessivo che viene fuori dalla semplice riduzione del numero dei parlamentari, infine, non è propriamente in linea con il giusto sforzo di cambiare la politica attraverso una migliore qualità dei suoi esponenti; la sola riduzione del numero dei parlamentari, infatti, non comporterà necessariamente un miglioramento della qualità degli eletti in assenza di altri necessari correttivi. Una ultima considerazione va invece fatta sulle particolari condizioni di emergenza che, a causa della pandemia, il Brasile e il resto del Sudamerica e del Nordamerica stanno attraversando; situazione che avrebbe dovuto orientare il governo italiano a spostare in avanti di qualche mese la realizzazione del referendum, così come più volte chiesto dal Consiglio Generale degli Italiani ci sentiamo figli di un Dio minore e questo crea in realtà tantissime tensioni che la politica non riesce a risolvere, senza rispondere nemmeno ai bisogni di chi le fa presenti. Per questo stiamo cercando in tutti i modi di informare le comunità con gli strumenti a nostra disposizione sui contenuti e i risvolti delle scelte che dovranno compiere. A una ventina di giorni di distanza dalla ricezione dei plichi elettorali, non c’è informazione e si conoscono solo le date e il voto per corrispondenza. Ma al di là di queste indicazioni generiche che sono alla base della partecipazione, non sappiamo se il governo e il ministero degli Affari Esteri intendono informare i cittadini- Spetta alle istituzioni e su questa questione sollecitiamo il governo e soprattutto il ministero de- gli Affari Esteri – che gestisce la “partita” – a informare, perché diversamente sarà un flop: alla fine la partecipazione sarà messa in discussione proprio perché le informazioni non circolano”.