Referendum sulla giustizia, gara di faziosità che confonde gli elettori

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È chiaro e normale che, da qualche giorno, il grado di visibilità dell’attività svolta all’interno dei Palazzi del Potere risulti diminuita. Ciò è dovuto all’alto grado di share dei Giochi di Milano e di Cortina, mentre il lavoro di chi siede sugli scranni del potere politico si sta svolgendo regolarmente. Non è possibile affermare che ciò avvenga senza ritardi, perché i Giochi sono un’evenienza che, già da un lasso di tempo notevole, nel Paese di per sè si è presentata poche volte. Eppure all’interno di quei palazzi c’è tanto da fare oltre il lavoro di routine. Anche se è in atto un importante rimpasto di alleanze e la formazione di nuove compagini, quasi sempre derivate dalla gemmazione di un partito già esistente, attualmente il target da raggiungere in prospettiva è l’ importante scadenza di fine marzo da rispettare senza indugi. È il referendum popolare sulla riforma della giustizia, che ha assunto caratteristiche di spiccata valenza politica. Essa ha superato per visibilità quella che è l’essenza della prossima chiamata alla consultazione elettorale: separazione delle carriere dei magistrati, si o no. Un commento a microfono spento si fa strada senza difficoltà tra i potenziali elettori. Vale a dire che il potere giudiziario sta replicando con la stessa mala grazia e faziosità che esso stesso addebita al potere legislativo. L’effetto che provoca un modo di controbattere con argomenti prevalentemente ideologici è quello di confondere quanti sono chiamati al volto. Il pericolo che comporta è quello di prestare il fianco alla decisione di non esprimere il proprio voto. Quanto appena riportato fa da evidenziatore di qualcosa che funziona male nei tribunali e non solo. È opportuno, la ripetizione è solo ad colorandum, che la riforma della giustizia debba estendersi ben oltre la separazione delle carriere.
Tanto per evitare un comportamento che, nei tribunali dell’antica Roma veniva sintetizzato in: “summum jus, summa injuria”. Al tempo attuale potrebbe valere, al termine del voto di fine marzo, lo slogan contadino: ”Passata la festa, gabbato il santo”, cioè tutto resterebbe allo statu quo ante o quasi. Il pericolo è concreto e tale da innestare più di una situazione negativa.
Uomo avvisato, mezzo salvato.