Regge l’asse Silvio-Matteo

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Roma, 29 mar. (AdnKronos) – E’ stato il primo a dire che non sarà premier a tutti i costi ed è pronto a fare un passo indietro pur di formare un governo di centrodestra con l’appoggio di M5S. Matteo Salvini non ha certo cambiato idea: per ‘imbarcare’ i cinque stelle non vuole assolutamente rompere con Silvio Berlusconi e manterrà il punto nei colloqui con Luigi Di Maio. Il M5S da solo non va da nessuna parte e Fi deve essere della partita, è il ragionamento.

Il governo si deve fare con tutto il centrodestra, questo deve essere chiaro, va ripetendo come un mantra ai cinque stelle il ‘Capitano’, che ha stretto un patto personale con il Cav (nonostante le resistenze di Fi), su tutto: dalle presidenze del Parlamento (come dimostrato dall’elezione di Elisabetta Alberti Casellati al Senato) alla composizione degli uffici di presidenza, alla trattativa sul futuro esecutivo. L’asse Silvio-Matteo regge, almeno fino ad ora. Sottoforma di una coabitazione forzata, o quasi. Cercheranno di non pestarsi i piedi, marcandosi stretti a vicenda per evitare brutti scherzi e, nello stesso tempo, proveranno ad essere leali, perché in questa delicata fase istituzionale nessuno dei due può fare a meno dell’altro.

Resta, però, la diffidenza reciproca, alimentata anche dalle voci sempre più insistenti tra gli azzurri di un’Opa della Lega favorita da una ‘fuga’ di Fi verso le sponde lumbard. Salvini, riferiscono ambienti parlamentari leghisti, avrebbe stoppato chi bussava alla sua porta, affidando ai suoi colonnelli il messaggio che la Lega non fa campagna acquisti in casa d’altri. Raccontano, infatti, che il segretario di via Bellerio abbia confidato anche ai grillini che un nutrito gruppo di parlamentari azzurri, una trentina, sarebbe pronto a passare con la Lega, ma lui avrebbe fatto muro e chiesto loro di stare fermi, perché adesso conta l’unità della coalizione.

Il timore che molti forzisti possano abbandonare la ‘casa madre’ attratti dalla sirene di via Bellerio, assilla Arcore. Non a caso, Berlusconi ha voluto blindare i gruppi di Camera e Senato con il tandem di fiducia Gelmini-Bernini e ha piazzato in Parlamento tanti fedelissimi, per lo più ‘uomini azienda’.

Per l’ex premier c’è sempre l’incognita della presenza di ministri forzisti in caso di esecutivo centrodestra-M5S: siano d’area o tecnici, l’importante è essere nella futura squadra di palazzo Chigi, almeno provarci fino alla fine. Tra i papabili ci sarebbero esponenti azzurri dal profilo alla Casellati per intenderci, come Antonio Tajani che in queste ore viene indicato come vicepresidente di Fi, assistito da un triumvirato di coordinatori territoriali, uno per il Nord, uno per il Centro e un altro per il Sud.

Non è un caso, raccontano fonti azzurre, che in un primo momento il Cav voleva Bernini alla presidenza di palazzo Madama e puntava alla Casellati come Guardasigilli. Il cambio in corsa sarebbe arrivato nella frenesia delle trattative al vertice decisivo di sabato mattina scorso a palazzo Grazioli con Salvini e Meloni. In quell’occasione, spiegano fonti azzurre, alcuni stretti collaboratori, Niccolò Ghedini in testa, avrebbero fatto cambiare idea a Berlusconi e sarebbe sfumata l’ipotesi Casellati alla Giustizia.