Regione e terzo mandato, un evento da scongiurare

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In foto Palazzo Santa Lucia, sede della Giunta regionale della Campania

Riproponiamo l’articolo di Ermanno Corsi apparso sul Roma di martedì 19 aprile, all’interno della rubrica “Spigolature”

di Ermanno Corsi

Nel giro di pochi giorni, due momenti significativi hanno fatto sentire viva e forte la presenza dello Stato a Napoli e, per estensione non virtuale quanto per storica rappresentatività, in tutto il Sud del Paese. Alla Sala dei Baroni firmato il “patto” col premier Draghi che allontana il default comunale. Un significativo “respiro” che sprona Sindaco e Giunta a far uscire Palazzo San Giacomo dal “pantano” in cui era caduto; a rendere produttive sia le risorse finanziarie che “arrivano” (Pnrr e Ministeri), sia quelle che “escono” (potenziamento dei servizi per una città meno invivibile). Qualche settimana dopo, il presidente della Repubblica Mattarella è a Procida che sta dimostrando di aver meritato il titolo di “capitale della Cultura”. In questa occasione, ”L’isola di Arturo”, la più piccola del Mediterraneo, ha incarnato la “sfida della modernità contro l’abisso della paura”. Cultura e Procida (non più Cenerentola del Golfo, come dice il sindaco Dino Ambrosino), nelle parole del Capo dello Stato sono le premesse per un nuovo benessere sociale, mentre viene ribadita “la vocazione al dialogo e alla pace violati da chi ha fatto ricorso alla brutalità della violenza e della guerra”.

OCCASIONI IRRIPETIBILI. Dei 206 miliardi che il Pnrr destina all’Italia, il 40 per cento viene al Sud. Una parte sostanziosa toccherà a Napoli e Campania. Sarà, tuttavia, rigorosamente definita in base ai progetti, alla loro credibilità e capacità di avviare una concreta azione di sviluppo. Stringenti, e decisivi, tempi e criteri fissati dalla Commissione Europea. Ora avviene che, da una parte, il ministro Mara Carfagna (Coesione nazionale), vede ravvicinato il superamento della frattura nord-sud; dall’altra la Svimez paventa, col presidente Giannòla, l’inadeguatezza realizzatrice degli enti territoriali “a sud di Roma”. In questo caso, di piena sconfessione della locale classe politico-amministrativa-gestionale, sarà necessario ricorrere al potere sostitutivo dello Stato. Sperabile non dover prendere atto, ancora una volta, che non sappiamo far altro che piangerci addosso o recriminare contro il “crudele destino”.

POLITICA SCADENTE. Nell’acronimo Pnrr ci sono le parole resistenza e resilienza. Quello che, nella Regione Campania “resiste” tenacemente, è il modo “familistico” e “personalistico” di gestire il potere e di farsi carico dell’interesse pubblico. Pensiamo: si determinano condizioni economico-finanziarie fino a poco fa non immaginabili. Ebbene: invece di studiare come impiegarle al meglio, il “vertice” della Regione è tutto preso dalla “voglia matta” del 3°mandato, cioè essere eletto ancora Governatore succedendo a se stesso per la seconda volta. Che sia già pronto un progetto di legge regionale ad hoc? A Santa Lucia e al Centro Direzionale non pochi non hanno dubbi. Ma non sono nemmeno pochi quelli che ritengono un simile evento molto dannoso per la democrazia in Campania.

REGIONALISMO FAI DA TE. La nostra Costituzione, in vigore dal gennaio ’48, pensava al decentramento come risposta agli effettivi bisogni del Paese, a una struttura statale più articolata e democratica, meno distante e chiusa in sé. Nel 1970 nascevano le 15 Regioni a Statuto ordinario che si affiancavano alle 5 a Statuto Speciale. Le vicende degli ultimi trent’anni segnano il fallimento del “regionalismo realizzato”. Le 20 Regioni hanno finito col costituirsi come tanti piccoli Stati dentro lo Stato. Più volte Giuseppe Tesauro, presidente della Corte Costituzionale, ha detto pubblicamente: ”Siamo arrivati al punto che l’80 per cento del lavoro della Consulta consiste nel dirimere i contrasti fra Stato e Regioni: una conflittualità esasperata che costa tempo e denaro”.

LA CAMPANIA NON BRILLA. Qui, forse più che altrove, si verifica quello che Ugo La Malfa temeva: moltiplicazione delle sacche clientelari, aumento delle spese improduttive, dequalificazione della democrazia, incremento del debito pubblico. Già nel 2014 la Regione (oggi deluchiana) aveva un deficit di 15 miliardi. Per il 2022 si prevedono spese per 35 miliardi. Povera Campania un tempo “felix”. Se passa il 3° mandato, si vedrà quanta felicità ci riserva la perdurante “oligarchia regionale”!