Relazioni tossiche o incapacità di stare nell’amore?

Siamo ancora in grado di amare o abbiamo solo imparato a difenderci? A proteggerci. A scappare. A controllare. A non sentire troppo. Arriva, prima o poi, una fase della vita in cui la domanda sull’amore si fa più insistente e ci spinge alle volte a riflettere, ad interrogarci. Succede per l’età che avanza, per la pressione sociale, per le vite degli altri che scorrono davanti ai nostri occhi — coppie che si formano, famiglie che nascono, relazioni che finiscono — e che, inevitabilmente, ci interrogano. Non è una domanda romantica, né ingenua. È una domanda adulta.
Siamo ancora in grado di amare? O, forse, abbiamo solo imparato a proteggerci. Ognuno è la somma di una vita vissuta con dolori e gioie, esperienze, ma anche di amori e talvolta di fallimenti sentimentali, che spesso, col tempo, sembrano pesare e talvolta si riversano in altrettante relazioni fallimentari, complicate, difettose, difficoltose. La riflessione intima, mi è nata leggendo le pagine dell’ultimo libro di Massimo Gramellini, “L’amore non ha un perché. L’amore è il perché”, la cui mia riflessione ha assunto molte forme, vuoi anche per il mio lavoro di assistente sociale, nel quale ogni giorno assisto a coppie conflittuali, amori tossici, relazioni tenute in piedi per senso del dovere o per immagine sociale, con conseguenze e danni individuali e familiari che ognuno di noi non può neppure lontanamente immaginare, eppure avviene. Perché se è vero che l’amore non ha una spiegazione razionale, è altrettanto vero che oggi sembra aver bisogno di continue giustificazioni, di confini rigidi, di strategie difensive. Come se sentire fosse diventato un rischio da calcolare, più che un’esperienza da attraversare. La paura di sentire davvero. C’è una cosa che accomuna molte relazioni di oggi: non finiscono, si dissolvono.
Non c’è una rottura, non c’è una parola definitiva, non c’è nemmeno uno scontro. C’è il silenzio. Un silenzio che arriva piano, che si allunga, che diventa normalità. Sparire è diventato più semplice che spiegare. Non rispondere più facile che assumersi la responsabilità di ciò che si è condiviso. Lasciare l’altro nell’incertezza meno faticoso che riconoscere un limite, un cambio di sentimento, una stanza. In un misto tra cattiveria e paura. Paura di essere messi davanti allo specchio di se stessi. Paura di scoprire che l’altro non è solo uno spazio di conforto, ma una persona reale, con bisogni, aspettative, vulnerabilità. Così le relazioni si tengono sospese nel tempo della fuga. Relazioni che sopravvivono a messaggi affettuosi senza direzione. Parole che scaldano, ma non costruiscono. Si resta in contatto, ma non in relazione. Si sente, ma da lontano.  In questo spazio ambiguo cresce una nuova forma di solitudine: quella di chi è “quasi” scelto, “quasi” amato, “quasi” importante. Una solitudine più difficile da riconoscere, perché non nasce dall’assenza totale, ma da una presenza che non si compie mai. Ed è qui che l’amore smette di essere nutrimento e diventa attesa. Attesa di un messaggio, attesa di una conferma, attesa che arrivi qualcosa. Dire che non si è pronti, oggi, sembra più difficile che sparire. Dire “non posso” viene percepito come una colpa, mentre il silenzio viene giustificato come bisogno di spazio. Ma lo spazio, quando non è condiviso, diventa distanza. E la distanza, quando non è nominata, ferisce. Forse non è l’amore a mancare. Forse manca il coraggio di restare quando sentire diventa impegnativo. Dentro la paura di sentire davvero prendono forma dinamiche sempre più diffuse: narcisismi fragili e comunicazioni passivo- aggressive. Non sono relazioni rumorose, né apertamente conflittuali. Sono relazioni  che si ritirano. C’è bisogno dell’altro, ma senza la capacità di sostenerlo. Si cerca conferma, ma si sfugge quando l’altro chiede chiarezza. Si resta presenti a intermittenza, abbastanza da non perdere il legame, mai abbastanza da assumerselo. Il passivo – aggressivo non ferisce con le parole, ma con le assenze. Con i silenzi improvvisi. Con i rinvii continui. Con quella sensazione costante di essere “troppo” o “fuori tempo”. Non dice “non posso”, sparisce. Non affronta il disagio, lo lascia in sospeso. E in quello spazio indefinito l’altro inizia a dubitare di sé, a ridimensionarsi, a giustificare. Così alcune relazioni diventano tossiche senza cattiveria, ma per sottrazione emotiva.  Ed è lì che l’amore smette di essere incontro e diventa attesa.
Un’attesa che consuma più del conflitto.  Forse la domanda non è se siamo ancora capaci di amare. Ma se siamo disposti a restare, anche quando l’amore smette di essere comodo, leggero, rassicurante. In un tempo che ci insegna a proteggerci, a sparire, a non sentire troppo, amare è diventato un atto controcorrente.
Non perché faccia meno male.
Ma perché è l’unico modo per non perdersi davvero nelle relazioni.