RENZI E’ SODDISFATTO: NEL 2016 FAREMO MEGLIO

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Com’è andata, quest’anno? “Bene”, ha detto senza esitazioni il presidente del Consiglio dei ministri nella conferenza stampa di fine anno, “ma nel 2016 faremo meglio”. Si dice sempre così, in fondo. E, però, nessuno può disconoscere, che qualche risultato questo governo l’ha ottenuto. Rispetto ai precedenti, s’intende. Questa, almeno, è la sensazione diffusa. Soltanto questione di fortuna? Può darsi. Del resto, ammonisce l’adagio, poteva andare anche peggio, considerata la congiuntura e l’eredità raccolta dal premier.
Del resto, finanche Napoleone ci credeva: “Voglio generali fortunati, non m’importa se capaci”, tuonava. Certo, non fosse capitato tra capo e collo lo scandalo della Banca Etruria e, magari, per una volta, si fossero anche evitati toni e cifre trionfalistiche, nel rituale incontro con i giornalisti; insomma: se per una volta il fare guascone di Matteo Renzi avesse lasciato il posto ad un aplomb, per così dire, un tantino british, il giudizio sull’attività del governo in quest’anno che finisce sarebbe stato magari anche migliore.
Di sicuro più indulgente. E, invece, l’anno 2015 chiude tra non poche polemiche. Due, in particolari: spending review e Mezzogiorno. Sulla prima, cifre alla mano, secondo il giornalista Franco Bechis, rimbeccato appunto dal premier, ai ministeri sono stati tagliati fino al 2018 esattamente la metà di fondi comunicati da Renzi. E cioè, 6 miliardi di euro e non 12,3. Non solo. “Controllando le tabelle di copertura dei più importanti provvedimenti di finanza pubblica, viene fuori una verità diametralmente opposta a quella raccontata”, ha scritto il vice direttore di Libero. “Invece della spending review c’è stata una spending ‘de più’. Complessivamente con la mano destra ha tagliato 51 miliardi e 845 milioni di euro di spesa pubblica e con la mano sinistra l’ha aumentata di 164 miliardi e 535 milioni di euro. Risultato netto: una spesa aumentata fra il 2014 e il 2018 di 112,7 miliardi di euro”. Sul Mezzogiorno, invece, poco più che un accenno di circostanza da parte del premier. Peraltro, la legge di Stabilità dimezza il bonus assunzioni a partire dal primo gennaio 2016, sicché lo sgravio scende da 8.060 a 3.250 euro. Un vero colpo di mannaia, dunque, per la già fragile e timida ripresa del Sud, che, secondo Confindustria, quest’anno crescerà solo dello 0,2% rispetto all’0,8 della media nazionale.
E, dunque, non tiene assolutamente conto che la disoccupazione in Campania, Puglia, Sicilia e Calabria supera il 20 per cento, il doppio della media nazionale e addirittura il triplo di Veneto, Lombardia e Emilia-Romagna. Una crescita modesta, anzi, modestissima che – a dirla tutta – è trainata in larga parte dalla Fca di Sergio Marchionne e dall’indotto ad essa riconducibile. Vale a dire, da quasi il 40% dell’industria meridionale, non certo a specifiche politiche economiche del governo. Invero, a turbare il presidente del Consiglio è intervenuta, a margine, anche un’altra preoccupazione. Secondo il Center for Economics Business l’Italia potrebbe presto essere esclusa dal G8, il club delle prime otto potenze economiche mondiali. Né conforta più di tanto sapere che, in questa malaugurata sventura, il Belpaese sarebbe in compagnia della cugina Francia. Insomma, ai voglia a dire che il fatturato dell’industria a ottobre è cresciuto del 2% rispetto a settembre, dopo tre mesi in calo, e così anche gli ordinativi (+4,6%); che non c’è nessun rischio sistemico per le banche italiane e i truffati saranno tutti rimborsati; che la ripresa del mattone procede a ritmi accelerati (+8,4% delle compravendite, + 29% dei mutui); che l’Apple – ed è soltanto la prima della serie – pagherà al fisco italiano 318 milioni di euro (per sanare un’evasione di 880 milioni); che la Borsa di Milano chiuderà il 2015 con la miglior performances annuale tra le principali Borse mondiali; che è stato azzerato il precariato nella scuola; che grazie al Jobs act blas, bla, bla. La verità, nell’economia globalizzata, è un’altra: nel 2029 la Cina supererà gli Stati Uniti (in classifica seguiranno India, Gran Bretagna e Brasile); la Germania – udite, udite – resta forte grazie al contributo degli immigrati; l’Italia scivolerà in 13ma posizione e la Francia finirà al nono posto. In particolare, a pesare sull’Italia – scrive il report inglese – è la crescita piatta, “che la rende l’economia con la crescita più lenta fra i paesi avanzati, e il secondo debito più alto nell’area euro, al 132% del pil, dopo la Grecia”. Insomma, non basta la fortuna.