Resistenza ai farmaci nel cancro al seno: uno studio guidato dal Cnr ne rivela la causa

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di Paola Ciaramella

Una ricerca italiana fa luce sui meccanismi molecolari responsabili della resistenza del cancro al seno ai farmaci di uso clinico, come il tamoxifene. Lo studio, pubblicato su Scientific Reports, è stato coordinato da Alessandra Magistrato, dell’Istituto officina dei materiali (Iom) del Cnr di Trieste, e fa parte di un progetto finanziato alla ricercatrice dall’Airc. Nel team ci sono ricercatori della Fondazione Ircss Istituto Nazionale dei Tumori di Milano, dell’Università di Bologna e dell’Istituto di chimica del riconoscimento molecolare (Icrm-Cnr) del capoluogo lombardo. Attraverso simulazioni al computer, l’equipe ha compreso come l’inefficacia dei trattamenti sia imputabile alle mutazioni somatiche degli estrogeni di tipo α (ERα), che si verificano anche in seguito a lunghi trattamenti terapici. “Gli estrogeni, ormoni sessuali femminili, sono responsabili della crescita cellulare. Quando un estrogeno si lega al recettore ERα lo attiva, facendolo legare a tratti specifici del Dna, e innesca, di conseguenza, la produzione di Rna messaggero – spiega Alessandra Magistrato –. In questo modo, gli estrogeni danno l’ordine alle cellule di crescere, svolgendo funzioni di fondamentale importanza tra cui lo sviluppo dei caratteri sessuali femminili, il ciclo mestruale, il rimodellamento delle ossa”, ma, se prodotti in concentrazione troppo elevata, “tali ormoni possono determinare una crescita cellulare innaturale e quindi indurre o peggiorare il cancro”. Il tamoxifene, legandosi al recettore ERα, impedisce che gli estrogeni vi si leghino e ne cambia la forma, bloccando la produzione di Rna messaggero e l’attivazione del segnale di crescita cellulare; tuttavia, le mutazioni somatiche del recettore ERα, che si verificano con un’incidenza fino al 40% nelle pazienti affette da carcinoma mammario metastatico e sottoposte a trattamenti prolungati, inducono fenomeni di resistenza ai farmaci in uso clinico. “Immaginando ERα come un interruttore, che normalmente si accende solo in presenza di estrogeni e si spegne in presenza di tamoxifene, le mutazioni rendono ERα sempre acceso, quindi attivo anche in presenza di farmaci antitumorali”. Per poter ‘spegnere l’interruttore’, i nuovi farmaci dovrebbero avere forma e dimensione di molecole in grado di ostacolare i cambiamenti strutturali di ERα indotti dalle mutazioni. “Tale conoscenza consentirebbe di impedire l’attivazione del recettore mutato e permetterebbe di combattere efficacemente i tipi di cancro al seno refrattari alle terapie comunemente utilizzate”, conclude la ricercatrice.