Respiri, l’ermetico come segreto inespugnabile della poesia

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Di seguito la recensione del libro di Carolina Cigala “Respiri” (Pironti, Napoli 2015) di Giuseppe Modica. 
 
“Si scrive sempre per dire qualcosa a qualcuno. Per se stessi – come amava osservare Umberto Eco – si scrive solo la lista della spesa. Perciò la poesia appartiene all’autore solo nell’atto della sua gestazione. Allorché nasce, essa è già del suo potenziale fruitore. Del resto le e-mozioni – ossia le tonalità profonde del poiein -, se non si versano, restano mere pulsioni interne dell’anima, graffi privati, dolente gioco di specchi. Soltanto se si versano diventano pro-mozioni, pulsioni che si donano, graffi consonanti, giochi felici di specularità.
Tuttavia la poesia non va spiegata, giacché ognuno la dispiega a suo modo, vivendola dall’interno e secondo il proprio stato d’animo, la propria Stimmung. Anzi, ogni componimento poetico è portatore di un metasignificato, di un senso che trascende continuamente se stesso nelle spire di una diversità emotiva che appartiene sia all’autore sia al fruitore.
Perciò la poesia custodisce sempre un non detto: non un sottinteso che si possa appiattire e consumare in una esplicitazione totale, ma un implicito inesauribile, che è il secretum stesso del dire poetico. Da questo punto di vista, se l’ermetismo è l’arte di esprimere l’inesprimibile, di comunicare l’incomunicabile, e, dunque, la celebrazione di un paradosso, l’ermetico può dirsi il segreto inespugnabile della poesia. E il paradosso non è un non senso, ma, al contrario, ciò che dà senso alla struttura stessa della ragione nella misura in cui ne segna i limiti costitutivi e la tendenziale tracotanza. Anzi, come amava dire Ungaretti, la poesia è poesia quando porta in sé un segreto. Il che accade anche per le poesie più semplici, giacché è l’ambiguità della parola, il suo essere ancipite, e talvolta persino polifacetica, a conferire al verso un’impronta di oscurità. D’altronde, “verso”, a differenza di “prosa” (da “pro-versus”, rivolto in avanti), deriva da vertere, significa cioè “voltare”, divergere, cambiare direzione, ciò che, di per sé, evoca la sorpresa, il senso dell’inatteso custodito nell’accapo, quasi che dietro l’angolo possa sempre nascondersi l’imprevedibile. 
Per non dire, poi, che l’abitazione del poeta è la “privazione” del luogo: non la “mancanza” del luogo – che è propria dell’angelo – né l’identità col luogo – che è proprio della bestia -, bensì un luogo di cui si è privi. E se la mancanza è l’assenza di ciò che per sua natura non “può” essere, la privazione è l’assenza di ciò che per sua natura “dovrebbe” essere e non è, e che, come tale, custodisce la sofferenza del distacco, la vertigine dello spaesamento, lo smarrimento della dislocazione. Per il poeta, l’atopicità è insieme fonte di affanno e condizione del furore creativo, e, quindi, il segno d’una contraddizione vitale, di un ossimoro non retorico ma esistenziale, per il quale il travaglio poietico può espellere il suo frutto nella misura in cui i termini dell’opposizione non si risolvono in una composizione irenica e pacificatrice – come avviene per un parto in carne e ossa -, ma accompagnano l’anima lungo l’intero percorso della sua vita interiore.
 
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Da questo punto di vista, il titolo di questa raffinata silloge di Carolina Cigala è emblematico. Infatti, se letto grecamente, il “respiro” è l’anemos, il soffio vitale, il vento rigeneratore, l’anima nel suo esercizio più pregnante: da un lato, il fulcro da cui tutto proviene e da cui tutto si espande, e, dall’altro, l’incarnazione stessa dell’impenetrabilità.
E, in fondo, i “luoghi” della comunicazione sono qui individuati nel “vuoto”, nella “pausa”, nella “stanza” in cui ognuno può accedere per decifrare proprio quel che l’Autrice ha omesso, facendo, di tale omissione, un codice di senso che è pur sempre il vettore che conduce a una possibile sinergia e, con essa, alla scoperta della solitudine come condizione originaria del poetare.
È il motivo per cui Respiri si offre come una felice contaminazione tra architettura e poesia, una metafisica dello spazio, ancorata alla materia ma desiderosa di trascenderla in quell’”oltre” che, nella sua indefinitezza, indica la direzione di un sentiero “altro”:
 
“Non arare i pensieri prima che sia stagione.
Nel dono inatteso è riposto il nuovo raccolto”.
 
“Dopo te c’è il punto
dopo il punto c’è oltre.
Vorrei abbracciarti oltre”.
 
E però quest’alterità trascendente è pur sempre la linfa di un corpo pulsante:
“Il mare ha un fondo
oltre l’abisso
su cui colano desideri …”
“… Vorrei spegnere gli occhi
per riaverti nel mio sangue”.
 
È il sapore d’un segno di terra:
“Incede il mio passo senza orme …
linfa tra massi alla ricerca di terra.
Come un respiro di seta e di fuoco”.
 
È il canto d’un cuore che spasima:
“Verdi di nuova speranza
si sono accesi i tuoi occhi …
Verdi come il primo bacio in rada
attendono il fusto di sicuro innesto
per orli di germogli appassionati”.
 
È la confessione di tonalità irrequiete ancor più esaltate dal gioco audace delle antifrasi:
Fuoco che arde …
Cerco la tregua dell’acqua”.
“… auspicio su torba mesta
a rendere liquido il mio grido legnoso”.
 
In ultima analisi, il nucleo portante di Respiri va individuato nella costante contaminazione fra la trascendenza e l’immanenza, in cui il senso dell’una viene ricercato fra le pieghe dell’altra e viceversa, in una mutualità che dà corpo allo spirito e impalpabilità alla carnalità. È il destino del poeta, per il quale l’armonia è spigolosa e dissonante e, perciò, sempre arrischiata in quanto può essere raggiunta nella misura in cui è sempre sul punto di frantumarsi in una deriva senza rime e ritmi che possano soccorrerla. La perla – come osserva Jaspers – non è solo il cuore prezioso della conchiglia, ma sempre anche la sua malattia”.
 
 
 
Profilo di Giuseppe Modica
Giuseppe Modica è stato professore ordinario di Filosofia Morale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo. Recentemente i suoi interessi si sono rivolti alla poesia, cui ha dedicato la silloge Stupore e Pudore. Emozioni versate (Spazio Cultura edizioni, Palermo 2013), insignita della Targa Premio Letterario Internazionale “Pietro Mignosi” 2015.