Ricerca, Aloj (Neuromed): Dai farmaci di ultima generazione all’automazione totale, ecco il futuro dell’anestesia

73
in foto dottor Fulvio Aloj, responsabile reparto Terapia Intensiva Neuromed

E’ un vero e proprio rituale quello che spesso precede un intervento chirurgico in anestesia generale, con l’anestesista che dice al paziente di contare fino a dieci. Non ci si arriva mai a dieci: ci si addormenta prima. E poi ci si risveglia, senza sapere nulla di quello che è successo nel frattempo. Qualcosa di magico agli occhi di molti: è come una sospensione della vita, sapendo che dall’altra parte ci saranno parenti e amici ad aspettare. Intanto il chirurgo può svolgere operazioni che altrimenti il dolore renderebbe insopportabili.

“Molti – dice il dottor Fulvio Aloj, Responsabile dell’Unità Complessa di Anestesia e Terapia Intensiva dell’Irccs Neuromed – pensano che l’anestesia generale sia solo una questione di addormentare il paziente. In realtà è qualcosa di molto più complesso. Abbiamo certamente l’ipnosi, che è il dormire appunto, ma c’è bisogno anche dell’analgesia, l’assenza di dolore. Un paziente che dorme, infatti, avvertirebbe comunque dolore. E con le tecniche rudimentali del passato accadeva spesso che i chirurghi vedessero un paziente piangere per la sofferenza, nonostante fosse completamente addormentato. Un’altra caratteristica importante è il rilassamento muscolare, la cosiddetta curarizzazione. Infine dobbiamo essere sicuri che ci sia amnesia: la persona non deve ricordare nulla”.

Partiamo dal principio: come si addormenta il paziente?
“Un tempo si usavano barbiturici come il pentothal (il “siero della verità”, ndr), o benzodiazepine. Oggi abbiamo a disposizione sia farmaci inalanti come il sevoflurano o il desflurano, che potremmo definire gli eredi del vecchio etere, sia farmaci per via endovenosa come il propofol. Quest’ultimo è molto apprezzato per la sua breve durata d’azione, così possiamo controllare perfettamente l’induzione dell’ipnosi, il mantenimento (con una infusione continua del farmaco) e il risveglio.

Poi c’è da combattere il dolore
“La morfina è stata a lungo la regina in questo campo. Oggi la soppressione del dolore la otteniamo con farmaci di sintesi, come fentanyl, sufentanil e remifentanil. Sono molto più potenti della morfina, fino a 800 volte. E soprattutto il remifentanil ha un grande vantaggio: la sua azione sparisce rapidamente non appena viene sospesa l’infusione. Anche in questo caso abbiamo un controllo preciso di tutte le fasi dell’anestesia.

Infine il vecchio curaro
“Che conosciamo tutti per via delle frecce avvelenate che gli indigeni del sudamerica sparavano con le cerbottane. Il punto è che il chirurgo, in molti interventi, ha bisogno che i muscoli del paziente siano completamente rilassati, incapaci di contrarsi, altrimenti non può raggiungere le zone da operare. Il curaro fa proprio questo effetto, e tra l’altro è così che uccideva le prede o i nemici. Intendiamoci, anche qui la medicina si è evoluta: il curaro ha una metabolizzazione molto lenta, quindi i suoi effetti durano molto a lungo. Oggi usiamo molecole derivate da esso, che però hanno un’azione breve e rapidamente reversibile. Ricordiamoci che con la curarizzazione anche i muscoli respiratori vengono rilassati, ecco perché dobbiamo inserire un tubo nella trachea collegato a un respiratore automatico”.

Controllo preciso e rapidità di azione sono caratteristiche che lei cita spesso
“L’anestesia è come il pilotaggio di un aereo. Abbiamo il decollo (l’addormentamento); il volo (l’intervento chirurgico) e l’atterraggio (il risveglio). Controllare precisamente la durata d’azione dei farmaci significa avere un volo senza scossoni”.

Parliamo del risveglio
“Dobbiamo accompagnare il paziente passo passo. Riduciamo l’ipnosi, ma lasciamo ancora l’analgesia altrimenti si sveglierebbe in preda al dolore. E man mano facciamo riprendere l’attività muscolare, così inizia a respirare da solo. Un atterraggio morbido, insomma”.

Ci sono voluti migliaia di anni per arrivare a una procedura così controllata e sicura. Cosa ci riserva ora il futuro dell’anestesia?
“L’automazione totale: macchinari e computer sempre più sofisticati, capaci di monitorare costantemente il paziente e agire in base alle necessità. Ma questo non significa la “scomparsa” dell’anestesista. Semplicemente spariranno i compiti più elementari, ripetitivi. L’anestesista dovrà diventare il manovratore di tutte queste tecnologie”.