Ormai da anni i ‘batteri buoni’ che popolano l’intestino umano sono sotto la lente della scienza. Una nuova ricerca, presentata al congresso annuale dell’Easd (Associazione europea per lo studio del diabete) a Milano, ha indagato sulla presenza nel microbiota intestinale di ‘spie precoci’ del rischio di sviluppare diabete di tipo 2. Gli autori del lavoro – ricercatori italiani e Uk – hanno scoperto che alcune specifiche alterazioni nella sua composizione potrebbero effettivamente aiutare a individuare prima le persone a rischio, anche quando hanno livelli di glicemia ancora normali.
Lo studio si basa sull‘analisi dei dati di centinaia di migliaia di persone, attraverso la quale è stato possibile identificare una ‘firma batterica’ del diabete, identificando centinaia di cambiamenti nella composizione della comunità di microrganismi che vive nel tratto gastrointestinale. Cambiamenti che possono essere rilevati prima della comparsa di qualsiasi alterazione glicemica. Questo, spiegano gli esperti, apre alla possibilità di utilizzare la composizione del microbiota intestinale per individuare le persone a rischio di diabete 2, che potrebbero trarre maggior beneficio da cambiamenti nello stile di vita. E potrebbe contribuire ad approcci preventivi a supporto degli obiettivi di salute pubblica volti a ridurre le diagnosi della malattia del sangue dolce.
Attualmente, il diabete e il prediabete (cioè livelli di glicemia superiori alla norma, ma non abbastanza alti da essere classificati come diabete) vengono diagnosticati tramite test: l’emoglobina glicata HbA1c, la glicemia a digiuno e il test di tolleranza al glucosio orale, che rilevano livelli elevati di zucchero nel sangue. Tuttavia, questi test non vengono utilizzati per individuare persone con livelli di glicemia normali che sono a rischio di sviluppare in futuro il diabete 2. Il rischio viene invece valutato considerando fattori come età, sesso, indice di massa corporea Bmi e anamnesi familiare. “Questi ultimi risultati rappresentano un importante passo avanti nella comprensione di come il nostro microbiota intestinale sia direttamente collegato alle malattie metaboliche”, spiega l’epidemiologo britannico Tim Spector, co-fondatore scientifico di Zoe, azienda di scienze della salute intestinale, e uno degli autori dello studio. “Identificare questi chiari cambiamenti microbici prima che i livelli di glicemia peggiorino potrebbe portare a interventi precoci con scelte alimentari e di stile di vita, nonché a opzioni terapeutiche, per prevenire il diabete di tipo 2″.
Studi precedenti avevano riscontrato forti correlazioni tra diabete di tipo 2 e microbiota intestinale, ma non concordavano in modo coerente sui batteri chiave di queste correlazioni in ampie popolazioni. Per fare chiarezza, Gabriel Baldanzi del Laboratorio di metagenomica computazionale, e Nicola Segata, responsabile del laboratorio attivo nel Dipartimento Cibio dell’Università di Trento, hanno esaminato insieme ai colleghi del Regno Unito, dati metagenomici (sequenze di Dna dei batteri che vivono nell’intestino) e informazioni sanitarie di oltre 200mila adulti nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Lo studio ha coinvolto oltre 229mila persone (73,8% donne, età media 50 anni). Circa 3.627 presentavano diabete di tipo 2 e 14.022 prediabete. I restanti 211.376 avevano un livello normale di glucosio nel sangue. I ricercatori hanno identificato 789 specie di batteri associate al diabete di tipo 2, tenendo conto di età, sesso e indice di massa corporea Bmi. Circa 168 di queste specie erano presenti a livelli più elevati nelle persone con diabete 2, mentre 621 a livelli inferiori.
La carta d’identità dei batteri finiti nel mirino? Tra gli esempi, gli esperti citano Enterocloster bolteae, più abbondante nelle persone con diabete 2. Questa specie può formare spore ed è stata precedentemente associata a una peggiore salute cardiovascolare e metabolica. Un’altra specie, Romboutsia timonensis, era invece meno abbondante. Questo batterio è stato descritto solo nell’ultimo decennio. Alcune delle altre specie non erano ancora state caratterizzate, cioè non erano mai state isolate o coltivate in laboratorio. Le variazioni erano particolarmente pronunciate in chi assumeva farmaci per il diabete tipo 2.
Tuttavia, si sono verificate anche in chi non ne assumeva. Il team ha inoltre scoperto che 587 delle 789 specie erano associate al prediabete non trattato farmacologicamente. I ricercatori hanno quindi indagato se questo schema, o ‘firma’ microbica, fosse presente anche in persone che non avevano prediabete o diabete di tipo 2, ma che erano a rischio di sviluppare queste due condizioni. A tal fine, hanno confrontato i dati metagenomici di 135.093 persone normoglicemiche con i valori di glicemia rilevati nelle due ore successive a un pasto. La glicemia aumenta temporaneamente dopo aver mangiato. Se rimane alta, è solitamente un segno di una risposta non ottimale all’insulina – insulinoresistenza – una fase precoce nel percorso verso il diabete di tipo 2. Gli esperti hanno scoperto che le persone la cui glicemia rimaneva alta più a lungo del normale avevano maggiori probabilità di presentare il profilo della flora batterica intestinale tipico dei diabetici. Nell’intero studio, le alterazioni del microbioma sono diventate più pronunciate con l’aumentare dell’insulino-resistenza. I ricercatori puntualizzano che l’analisi del microbioma non dovrebbe essere considerata un sostituto dei test standard utilizzati per diagnosticare il diabete di tipo 2 o il prediabete. Il microbiota intestinale potrebbe invece offrire informazioni aggiuntive sul rischio di diabete di tipo 2, oltre ai fattori di rischio già noti come sesso, età, Bmi e storia familiare. Inoltre, il monitoraggio dei cambiamenti del microbiota intestinale nel tempo potrebbe fornire alle persone a rischio un feedback importante.







































