
La permanenza prolungata nello spazio modifica il modo in cui il battito cardiaco si riflette sulla circolazione venosa tra cuore e cervello. A mostrarlo è una ricerca dell’università degli Studi di Ferrara, pubblicata sulla rivista del gruppo Nature ‘Scientific Reports’, che ha descritto per la prima volta l’andamento del polso venoso giugulare nel corso di voli spaziali di lunga durata. I risultati suggeriscono che, in assenza del gradiente idrostatico terrestre, le oscillazioni generate dal cuore possano propagarsi con maggiore intensità verso il compartimento venoso cerebrale.
Lo studio, a prima firma Paolo Zamboni, docente dell’ateneo ferrarese, è stato condotto con il coordinamento e il finanziamento dell’Agenzia spaziale italiana (Asi), che ha messo a disposizione del team di ricerca le risorse nazionali di utilizzo della Iss nell’ambito del bando Volo Umano Spaziale 3. La ricerca ha coinvolto quattro astronauti, esaminati prima e dopo una missione spaziale di lunga durata. Per uno di loro sono state analizzate anche misurazioni effettuate durante la permanenza in orbita. In tre astronauti i ricercatori hanno osservato dopo il volo una significativa riduzione dell’area media della vena giugulare interna. In due è aumentata in maniera marcata anche la sua escursione pulsatile, cioè la differenza tra la massima e la minima espansione del vaso durante il ciclo cardiaco: rispettivamente del 105% e del 337% rispetto ai valori precedenti alla missione. “Nonostante lo studio sia limitato dal numero ancora contenuto di astronauti esaminati, il risultato ottenuto permette di formulare ipotesi verificabili con future sperimentazioni. L’obiettivo è comprendere se e come il fenomeno osservato possa essere collegato ai sintomi neurologici che interessano gli astronauti durante le missioni di lunga durata”, spiega Zamboni.






































