Ricerca, virus aviaria resistenti alla febbre: ecco perchè sono una minaccia per l’uomo

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Sono più accesi che mai i riflettori della scienza sull’influenza aviaria. L’ultimo studio segnala un’inedita e minacciosa qualità di questi virus: secondo un team di ricercatori delle università britanniche di Cambridge e Glasgow, possono replicarsi a temperature superiori alla normale febbre, che è una delle armi con cui l’organismo blocca l’invasione dei patogeni sul nascere. “Capire cosa determina la gravità delle malattie causate dai virus dell’influenza aviaria negli esseri umani è fondamentale per la sorveglianza e la preparazione alle pandemie – evidenzia l’autore senior dello studio, Sam Wilson del Cambridge Institute of Therapeutic Immunology and Infectious Disease – Ciò è particolarmente importante a causa della minaccia pandemica rappresentata dai virus aviari H5N1″. Una minaccia crescente. I campanelli d’allarme che arrivano dal mondo animale parlano chiaro, anche in Europa: proprio in questi giorni l’Efsa (l’Autorità europea per la sicurezza alimentare) in un focus segnalava un “livello senza precedenti di influenza aviaria altamente patogena negli uccelli selvatici in Europa durante la migrazione autunnale di quest’anno”.

Nel dettaglio, tra il 6 settembre e il 14 novembre 2025 sono stati segnalati 1.443 casi di influenza aviaria ad alta patogenicità (Hpai) A H5 negli uccelli selvatici in 26 Paesi europei, un numero 4 volte superiore rispetto allo stesso periodo del 2024 e il più alto almeno dal 2016. Gli uccelli acquatici in diverse parti del Vecchio Continente “sono stati gravemente colpiti, e il virus è stato rilevato anche in uccelli selvatici apparentemente sani, con conseguente contaminazione ambientale diffusa. Si sono verificati anche focolai ad alta mortalità nelle gru in Germania, Francia e Spagna. E la stragrande maggioranza dei casi di Hpai rilevati (99%) è stata segnalata come A H5N1, in particolare una nuova variante di un ceppo precedentemente circolante, introdotto in Europa da Est prima di diffondersi rapidamente verso Ovest. Vista la situazione, l’Efsa evidenzia anche alle autorità dei Paesi dell’area l’urgente necessità di una sorveglianza rafforzata per la diagnosi precoce e una solida biosicurezza negli allevamenti per prevenire l’introduzione della malattia negli uccelli domestici e la sua successiva diffusione tra gli allevamenti avicoli. La preoccupazione degli scienziati a livello internazionale è poi per il numero crescente di casi rilevati nei mammiferi. Da qui gli studi che valutano il pericolo nell’uomo. La ricerca degli atenei di Cambridge e Glasgow, pubblicata su ‘Science’, ha portato a identificare un gene che svolge un ruolo importante nel determinare la sensibilità alla temperatura di un virus. Nelle pandemie mortali del 1957 e del 1968, questo gene si trasferì nei virus influenzali umani, favorendo la proliferazione del patogeno risultante. I virus influenzali umani portano a milioni di infezioni ogni anno. I tipi più comuni che causano l’influenza stagionale sono noti come virus influenzali di tipo A e tendono a proliferare nelle vie respiratorie superiori, dove la temperatura si aggira intorno ai 33 gradi centigradi, piuttosto che in profondità nei polmoni, nelle vie respiratorie inferiori, dove la temperatura si aggira intorno ai 37°C. Se non controllato, un virus si replica e si diffonde in tutto l’organismo e può causare malattie, a volte gravi. Uno dei meccanismi di autodifesa è la febbre, che può far raggiungere anche i 41°C alla temperatura corporea.