“La sindrome da rientro non è una diagnosi: è il conto di un’estate in cui non ci siamo mai assentati”. A sostenerlo è Vincenzo Barretta, psichiatra e direttore scientifico del Centro Noesis di Napoli per la salute emotiva e comportamentale, che interviene sul tema dello stress post-vacanze e della fatica associata al ritorno alla routine, fenomeni che ogni fine estate vengono spesso presentati come una sorta di condizione clinica.
La cosiddetta sindrome da rientro, osserva Barretta, non compare in alcun sistema diagnostico riconosciuto, e non per una dimenticanza dei classificatori. Il riadattamento a una routine dopo un’interruzione è infatti un processo ordinario, con una propria fisiologia e una durata generalmente breve.
Definirlo “sindrome”, secondo lo psichiatra, comporta però un doppio rischio: da un lato porta a interpretare come malattia ciò che non lo è; dall’altro sottrae attenzione e spazio al disagio che in autunno può manifestarsi realmente, con caratteristiche e intensità diverse e con molto meno spazio nel dibattito pubblico.
“Un eccesso di allarme rende meno riconoscibile il disagio vero”
“Ogni settembre discutiamo per giorni di una condizione che non esiste, mentre di quelle che esistono non parliamo quasi mai”, afferma Barretta. Secondo lo psichiatra, il rischio è che “questo eccesso di allarme su un fenomeno normale finisca per rendere meno riconoscibile il disagio vero, quello che non si esaurisce in due settimane e che meriterebbe una risposta clinica”.
La questione centrale, però, è un’altra: se il rientro è un processo ordinario, perché oggi sembra pesare più di ieri?
Per Barretta la risposta non va cercata nel rientro dalle ferie, ma nelle condizioni che lo precedono. Storicamente, spiega, le ferie hanno rappresentato una vera discontinuità: un periodo nel quale il contesto lavorativo diventava temporaneamente irraggiungibile. Oggi quella separazione si è progressivamente ridotta.
“Le ferie hanno funzionato storicamente come discontinuità, un intervallo in cui il contesto lavorativo diventava temporaneamente irraggiungibile. Quella condizione è largamente venuta meno: la posta resta consultabile, le conversazioni professionali proseguono sulle stesse applicazioni e sugli stessi social che ospitano quelle familiari, la reperibilità si frammenta in micro-intrusioni che nessuno contabilizza come lavoro perché durano pochi secondi”, sottolinea Barretta.
“Ad agosto possiamo cambiare luogo, ma non ambiente”
È questa, secondo lo psichiatra, la trasformazione che rende oggi più difficile una reale pausa dal lavoro e dalle sollecitazioni quotidiane.
“Chi torna stanco da due o tre settimane di ferie non ha un disturbo. Ha una vacanza che non è mai cominciata”, osserva il direttore scientifico del Centro Noesis.
“Ad agosto possiamo cambiare luogo, ma non cambiamo ambiente”, aggiunge. Quello nel quale si svolge gran parte della vita lavorativa e relazionale è infatti diventato un ambiente immateriale, privo di coordinate geografiche e capace di accompagnare le persone ovunque si trovino.
“Nessun chilometro lo attenua”, sostiene Barretta. E così chi trascorre tre settimane di ferie mantenendo una connessione ininterrotta con lavoro, comunicazioni e relazioni digitali, secondo lo psichiatra, non sta necessariamente reagendo male al ritorno alla routine.
Sta piuttosto registrando tutto insieme “il costo di una continuità che non ha mai interrotto”.






































