Rifiuti, buco di bilancio alla Yele di Salerno: sequestrati 20 mln e 25 automezzi

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A distanza di quasi due anni dal fallimento, il 30 ottobre 2018, della Yele spa, la procura di Vallo della Lucania chiude il cerchio intorno a 29 indagati, per lo più professionisti che hanno avuto ruoli direttivi o di consulenza all’interno di una delle società pubbliche più importanti della Campania nel settore della gestione dei rifiuti. L’inchiesta riguarda un ‘buco” da oltre 30 milioni di euro nei bilanci. Sono 45 le ipotesi di reato contestate, dalla bancarotta fraudolenta, alla frode fiscale, al peculato, fino al falso in bilancio. Inoltre, il gip del tribunale vallese ha disposto, nei confronti di 14 degli 29 indagati, il sequestro preventivo di beni per equivalente fino alla concorrenza di quasi 20,5 milioni di euro eseguito su cento beni immobili, tra fabbricati e terreni, 25 veicoli e disponibilità finanziarie per un valore complessivo di circa quattro milioni di euro.
L’indagine, denominata ‘Piazza Pulita’, è stata delegata alla Guardia di Finanza di Salerno dopo che l’ufficio inquirente vallese ha riunito 33 diversi procedimenti penali che rigurdavano le vicende societarie. La Yele spa viene costituita nel 1998 con l’obiettivo di svolgere il servizio di igiene urbana in 49 comuni del basso Cilento, tant’è che più dell’80% del capitale sociale era detenuto dal Corisa 4, il consorzio nato per fronteggiare l’emergenza rifiuti in Campania. I problemi, secondo quanto ricostruito dalla procura diretta da Antonio Ricci, sono nati a partire dal 2013 quando la società, che negli anni era arrivata a vantare un organico di 253 unità e curava lo smaltimento dei rifiuti in un territorio di 1.352 chilometri quadrati, ha iniziato a registrare un aumento dell’esposizione debitoria che, per gli inquirenti, viene determinata in gran parte dalla mancata riscossione dei crediti, divenuti poi inesigibili, nei confronti dei Comuni che utilizzavano il servizio. Il passivo, in poco tempo, si sarebbe riflettuto anche nei confronti dell’amministrazione finanziaria per le “ricorrenti omissioni sia nel versamento delle imposte dovute sia delle previste ritenute, d’acconto, previdenziali ed assistenziali”, spiega la procura. Se fino al 2014 la Yele aveva regolarmente approvato il bilancio d’esercizio e provveduto al rituale deposito, negli anni successivi si sarebbe limitata a elaborare i dati contabili, senza mai renderli noti con atti esterni. Una pratica che, per i pm, sarebbe stata utile a “celare ai soci e ai terzi la ‘mala gestio’ e la scarsa solidità patrimoniale”.
Si arriva, così, prima, alla liquidazione disposta dal tribunale di Napoli nel luglio 2018; poi, al fallimento, dichiarato con sentenza del tribunale di Vallo della Lucania il successivo 30 ottobre. Da quel momento, dopo la riunione dei 33 procedimenti penali, le Fiamme gialle hanno iniziato a esaminare l’imponente mole di documentazione contabile ed extracontabile acquisita durante le perquisizioni nelle sedi del Corisa 4, della spa e delle cooperative di servizi che da questa dipendevano. Le ricostruzioni degli investigatori hanno fatto emergere “la sistematica inadempienza anche degli obblighi verso istituti di credito e finanziarie che avevano erogato la ‘cessione del quinto’ ai dipendenti della Yele, che invece tratteneva tali spettanze per scopi propri”. Tra le fatture relative a lavori di manutenzione, anche quelle di veicoli di proprietà di alcuni dipendenti che sarebbero stati riparati a spese della società. Avendo ormai perso i requisiti di regolarità contributiva necessari per la contrattazione pubblica, la Yele avrebbe affidato parte dei propri servizi, in subappalto, a cooperative create ad hoc, senza una preventiva autorizzazione da parte delle stazioni appaltanti, facendo fronte ai debiti erariali maturati attraverso l’indebita compensazione di crediti inesistenti o comunque non spettanti. La massa debitoria ammonta a oltre trenta milioni, ai quali si aggiungono i dieci relativi alle presunte condotte distrattive che sarebbero state poste in essere pregiudicando creditori, dipendenti, fornitori ed Erario. Il risparmio derivante dal mancato pagamento delle imposte e delle ritenute sarebbe stato utilizzato dalla società per auto-finanziarsi, “continuando, per anni, una gestione ‘pro domo sua’, con la liquidazione di elevati importi per consulenze legali e tecniche e per collaborazioni occasionali, anche non necessarie”, sostengono Ricci e il pm titolare del fascicolo, Luigi Spedaliere. Dalle indagini tecniche, inoltre, sarebbe venuto fuori come il presidente del cda, pur essendosi dimesso, avrebbe di fatto continuato di fatto ad amministrare la spa, dando disposizioni a dipendenti e dirigenti anche in ordine a tempistiche e a pagamenti. Sono in corso indagini per individuare e sequestrare eventuali ulteriori liquidità riconducibili agli indagati presso gli intermediari finanziari.