Riforma della giustizia, una questione eternamente irrisolta

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Parlare di riforma della giustizia a pochi giorni dalla libertà condizionata concessa a Brusca e dall’assassinio di Roberto Mottura in casa sua potrebbe fuorviare.

La proposta fatta nel 1994 dal ministro della giustizia Biondi per evitare arresti ricattatori era difatti sacrosanta ma si sbriciolò contro il muro eretto dalla OP a difesa della ribellione del Pool mani pulite.

Di Pietro aveva rifiutato di fare il ministro nel governo Berlusconi, rivendicando il dovere di riformare, per via giudiziaria, la società italiana sradicando la corruzione politica.

Sappiamo com’è andata finire.

Di Pietro è stato più volte parlamentare e ministro (ma dei Lavori pubblici e delle infrastrutture) e da quegli scranni, ha osteggiato tutte le proposte di riforma della giustizia da chiunque provenissero.

I componenti del Pool erano usciti di scena molto prima, salvo qualcuno capace di adeguarsi a comportamenti e liturgie che aveva sempre combattuto perché deviate e devianti.

Berlusconi invece sta passando alla storia come l’istrionico Presidente del Consiglio che ha sprecato la più grande maggioranza parlamentare mai avuta da un premier italiano.

Nel 1994 cadde in trappola, facendosi trascinare in un corpo a corpo col Pool Mani Pulite, fatto passare dalla stampa come tentativo di rivalersi per l’avviso di garanzia, probabilmente preordinato, ricevuto nel corso di un summit internazionale a Napoli contro la criminalità organizzata. Ciò non di meno i partiti antenati del PD ci misero anni per disarcionarlo e solo grazie alla sua collaborazione.

Nell’estate di gossip erotici del 2010, il Cavaliere rifiutò il consiglio di Bossi, l’ex nemico divenuto sincero amico, e invece di rivendicare il diritto ad una vita privata, magari sopra le righe ma legittima, si arrese al Presidente Scalfaro, che gli si diceva fosse pronto ad affidare l’incarico a chiunque pur di non sciogliere le Camere. E iniziò la fine.

Quella del 1992 è stata la seconda rivoluzione mancata dopo quella del 68 e, come la prima, ha lasciato tante macerie da rimuovere.

Avviso di garanzia, Gip e GUP dovevano costituire i cardini di un sistema giudiziario nel quale l’indipendenza del giudice aumentava le garanzie dell’imputato e il suo arresto era l’extrema ratio contro i pericoli di inquinamento delle prove, reiterazione del reato, fuga dell’imputato.

Erano innovazioni pensate per difendere la presunzione d’innocenza dell’imputato invece consentirono di forzare confessioni e ottenere la condanna dell’Opinione Pubblica per chiunque ricevesse un avviso di garanzie.

Il peggio fu che nessuno dei protagonisti di quella rivoluzione fece nulla per evitare che le distorsioni della riforma del processo penale del 1988 lo rendessero persecutorio invece di trasformarlo da inquisitorio in accusatorio.

Il Giustizialismo è il precipitato fieloso di una convinzione giudiziaria sull’ipotesi criminosa, il teorema accusatorio che la sorregge e le notizie sulla sua qualificazione come reato, che però non sono prove in quanto senza o con scarsi riscontri.

Come via facile per arrestare e ottenere la condanna dell’imputato, il Giustizialismo ha vita difficile in Democrazia grazie alla separazione dei poteri, per cui non si è affermato neppure negli anni 70 quando avrebbe potuto contare su codici penale e di procedura penale “fascisti”.  Si è viceversa affermato nel 1992 grazie all’alleanza tra Magistratura inquirente e Media e la politicizzazione dell’inchiesta giudiziaria Mani pulite.

I Media contavano sulla natura qualificata delle fonti da cui riceveva le notizie per mettersi al riparo dalle reazioni e acquisire credibilità, la Magistratura inquirente sul consenso che la stampa avrebbe le avrebbe assicurato.

Il Pool gettò gli ami in mare: i reati erano fatti di corruzione e malversazione di politici, imprenditori, altissimi funzionari dello Stato e alti gradi militari; il timore che le inchieste potessero essere strozzate era diffusa e tutto sommato giustificata. Due settimane dopo la arresto di Mario Chiesa la situazione era però cambiata.

Scegliendo di lavorare incontro agli Inquirenti, i Media bruciavano le indagini, diffondendo nell’OP la convinzione di colpevolezza degli indagati. Consapevole o meno che fosse del corto circuito, la Magistratura non fece nulla di tutto quello che avrebbe dotuto. O forse neppure avrebbe potuto senza autodistruggersi, perché partiti di sinistra e media la tenevano in ostaggio e usavano Mani Pulite come arma politica per arrivare a Palazzo Chigi dove contavano di rimanere a lungo.

La torre d’avorio nella quale i magistrati dovrebbero vivere non è mai esistita nè esisterà; i magistrati vivono nella Società (e in società), subendo le sue pressioni ed esaltazioni. Per questo preda del panico che si gettasse il bambino insieme all’acqua calda, tutta la Magistratura non fece nulla per evitare che l’avviso di garanzia diventasse condanna senza appello.  Così per anni neppure l’assoluzione con formula piena riuscì a restituire onore e credibilità ai malcapitati passati nel tritacarte mediatico una volta ricevuto un avviso di garanzia.

Cosa suggerisce tutto questo in termini di riforma della Giustizia?

Prima una iccola premessa.

In Italia dal 1992 politici, commis d’etat, alte cariche militari ecc. non sono più intoccabili, lo rimangono giornalisti e magistrati. Dai i primi al massimo puoi ottenere una condanna pecuniaria (Dan Rather ci avrebbe messo la firma per pagare qualche milione perché perché nei paesi anglosassoni vinci il Pulitzer ma se sbagli sei out), contro i magistrati invece anche le condanne pecuniarie sono difficili. Sarà perché a decidere sono i colleghi?

Qualunque riforma della Giustizia è destinata a fallire se non si rivedono alcuni principi e indirizzi di rango costituzionale che regolano strutture, attività e comportamenti degli appartenenti a tutte le categorie in gioco, Media inclusi.

Non è la Giustizia da riformare ma l’intero sistema giudiziario italiano, procedure processuali per prime.

Qualche riflessione specifica.

LE GIURISDIZIONI

Allo stato contiamo una giurisdizione unica sui diritti (penale e civile), una giurisdizione amministrativa sugli interessi (semplici, legittimi, di fatto ecc.), una giurisdizione contabile.

Sarebbe miope concentrarsi sul processo penale, equivarrebbe a curare l’influenza con l’aspirina, passerebbe il mal di testa ma due giorni dopo potremmo scoprire di avere il COVID.

Se si vuole fare sul serio ci vuole un vaccino, preferibilmente con modifica del RNA del nostro sistema giudiziario.

Se giurisdizione unica deve essere, che sia veramente unica, non solo sui diritti.

Intendo, niente più corsia preferenziale per lo Stato (come in tutto il Mondo): la distinzione fra diritti ed interessi è accademia. Se poi si vuole conservare la distinzione, abbandoniamo il criterio della causa petendi, la quale costringe alla giurisdizione esclusiva perché molte situazioni soggettive sono indistinguibili. Spesso chiedersi “ho un diritto o un interesse?” è come chiedersi se il gatto di Schrodinger, chiuso nella scatola, sia vivo o morto.

Neppure va bene il criterio del petitum perché, se si ha ragione, non basta si annulli il rifiuto della licenza edilizia, si deve poter costruire.

Se poi vogliamo continuare a prenderci in giro dicendo che lo Stato è così sprovveduto e raggirabile da necessitare di un tutore giudiziario, si punti pure sul Giudice Amministrativo ma si faccia in modo che sia lui stesso a soddisfare le ragioni del cittadino: se c’è una somma da pagare il GA emette il decreto ingiuntivo e procede al pignoramento.

In alternativa si può tornare a prima del 1889, al Consiglio di Stato con sole funzione consultive magari obbligatorie e vincolanti.

E ancora.

La gestione corretta del “silenzio” della Amministrazione sulle domande dei cittadini risolverebbe il 75% dei problemi.

Ovunque quando qualcuno non risponde vuol dire che è d’accordo, così è nel diritto civile per il quali chi sta zitto acconsente (qui tacet consentire videtur). Ma con l’Amministrazione è l’opposto: quando L’amministrazione tace vuol dire NO.

La PA si difende dicendo che i pubblici dipendenti hanno bisogno di tempo per studiare la pratica, chiedo: 180 giorni (sei mesi) non sono abbastanza per farsi un’idea?

Il PROCESSO PENALE ha bisogno di chiarimenti e interventi radicali e indispensabile fare chiarezza una volta per tutte e trarne le conseguenze.

Quello “Giudiziario” non è un Potere ma un Ordine, quello Giurisdizionale è un potere.

I Magistrati Inquirenti potrebbero anche non essere “magistrati” ma se lo sono, devono comunque limitarsi a individuare i criminali, raccogliere le prove e farli condannare dalla Magistratura Giudicante. Hanno diritto di parlare con la stampa e proporre patti agli indagati ma se sbagliano vanno in panchina e se favoriscono qualcuno ci devono rimettere il posto.

I Magistrati Giudicanti, per fare carriera, devono essere valutati in base alla tenuta delle loro sentenze in appello e davanti alla Suprema Corte.

Possono certamente decidere di andare in prima linea e dare la caccia ai malfattori ma non si torna indietro: electa una via, non datur ricursus ad alteram. I magistrati Inquirenti, viceversa, se vogliono diventare giudici devono cominciare da capo: “nessuna ombra sulla moglie di Cesare”.

Tra funzione giudicante ed inquirente la revolving door va murata.

Il PROCESSO CIVILE ha bisogno di velocità, deve essere come lo Chūō Shinkansen, il treno giapponese che viaggia a 600 km/h.

I termini fissati per le attività di giudice e cancelleria devono diventare “perentori”, in primis quello per il deposito della motivazione.

La sentenza primo grado deve essere esecutiva e portare, in calce al dispositivo, la formula di rito. Si assumere il vincitore il rischio di agire in attesa di appello.

I casi di ricorso in Cassazione devono essere ridotti alla violazione e falsa applicazione di legge, ci si può mettere tutto ma i nostri ermellini riconoscono al volo chi li vuole gabbare.

LA SUPREMA CORTE va aperta alla società civile (avvocati, docenti universitari, altissimi funzionari dello stato, magistrati di altre giurisdizioni se esistenti). Perché non “è già così!” basta contare i non-togati chiamati in Corte negli ultimi70 anni.

La torre d’avorio non può funzionare per mantenere riservati i posti.

La progressione delle carriere per anzianità va dismessa: in S.C. devono andare solo i magistrati numeri uno, la graduatoria del concorso è un pannicello caldo.

  Post Scriptum sui criteri di selezione del personale giudiziario:

si può anche essere un mostro in diritto ma se non capisci di economia e finanza, non parli e scrivi l’inglese e una seconda lingua UE devi accontentarti di giocare in serie cadetta.

Si potrebbe continuare all’infinito ma concludo: il Sistema Giudiziario Italiano ha bisogno di umiltà e un salto di qualità, un cultural shift come tutti noi Italiani.