Il riformismo di Renzi alla prova del budino

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In foto Matteo Renzi nello studio di Porta a Porta, nel corso dell'intervista con Bruno Vespa

La decisione di Matteo Renzi di fondare la nuova formazione politica che prende il nome di Italia Viva potrebbe inserirsi nel solco dell’atavica lotta tra riformisti e massimalisti. Una contrapposizione che avuto la sua cristallizzazione e legittimazione nel Paese in epoca giolittiana dove l’area socialista si divise appunto tra i riformisti di Filippo Turati e i massimalisti di Benito Mussolini.
I riformisti, come indica la parola, sono convinti che la società vada modificata, migliorata, gradualmente. Un po’ per volta. Conquista dopo conquista con un’azione continua e costante. I massimalisti vogliono invece ottenere tutto e subito attraverso metodi sbrigativi che chiamano rivoluzione. Come si vede, una visione agli antipodi della vita e dell’impegno civile.
Dopo una breve stagione decisamente riformista – Industria 4.0, Jobs Act, referendum costituzionale finito poi com’è finito – non c’è dubbio che l’opzione massimalista abbia preso il sopravvento sotto le spoglie del sovranismo e del nazionalismo colorati del giallo e del verde in cui s’identificano il Movimento 5Stelle e la Lega che promettevano un nuovo paradigma di società.
Più soldi per tutti, si potrebbe sintetizzare il programma che s’indentificava essenzialmente nel Reddito di cittadinanza e in Quota 100: due modi di solleticare l’elettorato facendo balenare l’idea che il reddito lo si può e deve distribuire indipendentemente dalla capacità di produrlo. Una soluzione semplicistica che avrebbe condotto a una salvifica decrescita felice.
È fin troppo evidente che una simile concezione – che non tiene conto dei vincoli di bilancio, degli impegni europei, del giudizio dei mercati – è costruita per fare presa su una popolazione in gran parte insoddisfatta della propria condizione: preoccupata dal calo del potere di acquisto, insidiata dal timore di perdere il posto di lavoro, angosciata per il sempre più massiccio esodo dei figli.
Una conseguenza della globalizzazione che assieme ai tanti vantaggi portati in molte parti del mondo dove la ricchezza si è moltiplicata ha avuto anche l’effetto di allargare la distanza, soprattutto nei Paesi affluenti, tra chi sta bene e chi sta male facendo esplodere rabbia e rancori che in Italia Grillo e Salvini si sono incaricati di intercettare e poi di rappresentare.
La scomposizione e la ricomposizione dell’assetto di governo, con i democratici al posto dei leghisti al fianco dei pentastellati, autorizza a porsi alcune domande circa la natura del connubio: più riformista o più massimalista? Nel cosiddetto Conte 2 convivono entrambe le anime anche se una grande forza di attrazione sembra esercitare la vocazione meramente redistributiva.
La domanda che tutti gli osservatori si sono fatti è se sarà il Pd ad attrarre i 5Stelle nel cono del riformismo o i 5Stelle a far cadere il Pd nella tentazione del massimalismo. Nei rapporti con il mondo della produzione, nel campo della giustizia, nella ripartenza delle infrastrutture quale strada si sceglierà di percorrere? E con che intensità di coerenza?
La tanto repentina quanto sempre negata mossa di Renzi, che segue il capovolgimento delle sue posizioni nei confronti degli arci-nemici seguaci di Grillo, consente di individuare e compattare un drappello di riformisti che nel panorama dell’odierna offerta politica e nella prospettiva di una legge elettorale in chiave proporzionale può giocare un ruolo interessante.
Tutto questo, naturalmente, a patto che le pulsioni ideali e la visione di lungo termine abbiano il sopravvento sulla pura convenienza tattica e l’istinto di sopravvivenza. Un dubbio che si scioglierà presto quando dalle parole si passerà ai fatti e si potrà verificare di che pasta è fatto e quale forza di attrazione avrà lo strumento attraverso il quale Renzi si ripropone all’attenzione del Paese.