Ripensare l’Europa nel nuovo scenario globale

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di Simone Sparano*

Per lungo tempo l’ordine internazionale è apparso leggibile e, in una certa misura, prevedibile. Il mondo era organizzato attorno a blocchi definiti, nati all’indomani della Seconda guerra mondiale, che dopo gli anni della Guerra Fredda sembravano essersi stabilizzati, garantendo certezze e permettendo la crescita. In quel contesto l’Europa ha costruito un progetto politico ed economico fondato su coesione, solidarietà e cooperazione, definendo i valori fondativi dell’Unione come bussola per orientare le proprie scelte. Questa impostazione ha permesso all’Europa di diventare un grande spazio di integrazione e di diritti, consentendo agli Stati membri di investire nel welfare, mentre la regia delle grandi turbolenze geopolitiche veniva lasciata ad altri. L’Unione si è affermata come garante del multilateralismo e del fair play internazionale, sempre presente nei principali incontri diplomatici, mantenendo relazioni equilibrate con i partner storici e privilegiando la mediazione rispetto all’affermazione di una propria autonomia strategica. Una scelta che ha favorito la stabilità, ma che oggi mostra i suoi limiti.

Le recenti tensioni transatlantiche, acuite dal ritorno di Donald Trump sulla scena politica americana, hanno reso evidente una trasformazione già in atto. La nuova America ridefinisce in modo unilaterale il proprio ruolo di garante dell’ordine mondiale, smantellando certezze storiche e proponendo una visione nazionalista che mette in discussione la natura stessa del partenariato con l’Europa. Le provocazioni e le minacce sul piano commerciale, industriale e strategico non segnano necessariamente una rottura definitiva, ma indicano chiaramente che i rapporti euro-atlantici non possono più essere dati per scontati.

In questo scenario l’Unione Europea si trova davanti a una scelta cruciale. Continuare a muoversi in maniera sparsa e anche subalterna con il forte rischio di accentuare dipendenze e vulnerabilità o intraprendere invece un percorso di maggiore autonomia mostrando di avere una propria identità politica. Non si tratta di contrapporsi agli Stati Uniti, ma di ridefinire il rapporto su basi più equilibrate, da partner a partner.

La prima dimensione di questo cambiamento riguarda il terreno economico, che diventa sempre più centrale nella competizione geopolitica. Il mercato unico europeo è una delle principali leve di potenza dell’Unione. Strumenti come l’Anti-Coercion Instrument e le misure di difesa commerciale consentono all’UE di reagire in modo credibile a pressioni e ritorsioni, dimostrando che apertura e fermezza possono coesistere. Allo stesso tempo, la diversificazione delle catene di approvvigionamento – dall’energia alle materie prime critiche, dalle tecnologie digitali ai componenti strategici – diventa una condizione imprescindibile per ridurre dipendenze e rafforzare la resilienza del sistema economico europeo.

Il cuore della trasformazione, tuttavia, è tecnologico e industriale. Senza una base produttiva e innovativa solida, ogni ambizione di autonomia rischia di rimanere incompiuta. Investimenti coordinati in semiconduttori, intelligenza artificiale, cloud, spazio e difesa, sostenuti da fondi europei e progetti comuni, possono colmare il divario con i grandi attori globali. La creazione di campioni industriali paneuropei e di filiere integrate, superando duplicazioni e rivalità nazionali, non è una rinuncia alla sovranità, ma il modo più efficace per rafforzarla.

Parallelamente, si deve sviluppare un comparto sicurezza e difesa integrato a livello europeo. L’autonomia strategica non può restare un concetto astratto, deve tradursi in capacità reali. Superare l’attuale frammentazione e la dipendenza strutturale dagli Stati Uniti significa investire in sistemi condivisi, dalla difesa aerea e marittima al dominio cyber, fino alla protezione delle infrastrutture critiche. Va chiarito che ciò non significa affatto avere volontà bellicose né intenti minacciosi, ma al contrario essere in grado di contribuire attivamente agli equilibri di sicurezza globali, e non solo di subirli.

A questo sforzo deve affiancarsi una maggiore unità politica. Parlare con una sola voce sui grandi dossier internazionali – dalla NATO ai rapporti con la Cina, dal Medio Oriente all’Ucraina – è una condizione essenziale per evitare che divisioni interne vengano sfruttate dall’esterno. Finora, l’assenza di una strategia condivisa ha spesso favorito dinamiche di “divide et impera” che hanno indebolito il peso dell’Unione sulla scena globale.

Eppure, proprio in questa fase di transizione, l’Europa può ritagliarsi un ruolo nuovo. Accanto al rafforzamento dei legami con democrazie affini come Canada, Giappone, Corea del Sud, Australia e Regno Unito, si apre lo spazio per partnership più ampie con il Sud globale, fondate su clima, energia, sicurezza alimentare e sviluppo sostenibile. In un mondo sempre più multipolare, l’Unione può proporsi come ponte tra interessi e regioni diverse, contribuendo a ridurre polarizzazioni e instabilità.

Tutto ciò premesso, l’elemento centrale da cui questa nuova Europa deve partire è il modello economico che intende adottare. L’Unione non può limitarsi a seguire gli approcci industriali degli Stati Uniti o di altri concorrenti globali, ma deve valorizzare ciò che da sempre distingue il tessuto produttivo europeo: le piccole e medie imprese (Pmi) e la loro complementarietà con i grandi gruppi industriali, capaci di guidare filiere complesse e interconnesse che coprono tutti i passaggi della produzione e dell’industrializzazione.

L’Europa ha l’opportunità di trasformare questa rete di imprese in un vero motore di innovazione e competitività. Non si tratta solo di finanziare la ricerca, ma di spingere verso un’integrazione concreta dei vettori di innovazione, applicati ai prodotti e ai processi.

Per realizzare questo modello servono piani di investimento strutturati, che comprendano tutta la filiera e offrano supporto agli anelli più deboli, dalle startup innovative alle Pmi tradizionali, favorendo collaborazione nel mercato interno tra imprese e stimolando il ruolo trainante dei grandi gruppi industriali. L’obiettivo è costruire un sistema integrato, dove la crescita delle Pmi e la competitività dei leader industriali si alimentino a vicenda, creando un ecosistema europeo forte, resiliente e autonomo.

In questo contesto, le Pmi diventano la forza propulsiva e caratterizzante dell’Europa industriale, ma vanno accompagnate attraverso servizi di accelerazione, formazione, sostegno alla messa in rete – prima a livello continentale, poi sui mercati internazionali. Così si realizza un modello economico europeo, che valorizza le specificità territoriali, promuove innovazione diffusa e aumenta la capacità dell’Unione di competere e influenzare gli equilibri globali senza rinunciare alla propria identità.

I tempi sembrano maturi per intraprendere questo percorso. Servono visione, coerenza e tempo, ma anche la consapevolezza che le cose sono cambiate. Ripensare l’Europa significa accettare la complessità del nuovo ordine globale e trasformarla in un progetto politico ed economico capace di guardare al futuro con realismo e fiducia. Un’Unione più autonoma, più integrata e più consapevole del proprio ruolo può essere non solo un grande mercato, ma un protagonista globale in grado di costruire cooperazione, innovazione e stabilità duratura.

*Responsabile area di Coordinamento “Programmi
e fondi Comunitari, Nazionali e Regionali ed Ufficio di Bruxelles”