Il riscatto dei rider

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Sentenza che fuor di ogni dubbio farà discutere quella della corte di Torino che ha inaspettatamente riconosciuto ai rider di una nota azienda tedesca di food delivery di essere stati dei veri e propri dipendenti subordinati ma per le sole ore effettivamente lavorate. Ribaltata così la sentenza di primo grado in cui tutte le richieste erano state respinte, sia per il reintegro e assunzione sia per la paga oraria. Il riconoscimento è arrivato, adesso, per l’aspetto che riguarda la retribuzione. E in quanto lavoratori subordinati viene sancita la parità economica come per i colleghi fattorini del settore che fanno riferimento al contratto nazionale logistica e trasporto merci. I cinque ex rider, allontanati dall’azienda di consegne di cibo a domicilio dopo le proteste di piazza per le questioni relative alla paga oraria, avevano chiesto il reintegro per licenziamento discriminatorio e l’assunzione, oltre al risarcimento e ai contribuiti previdenziali non goduti. La sentenza è stata accolta solo parzialmente: i giudici non hanno accordato il reintegro e l’assunzione ai cinque non riconoscendo la sussistenza del licenziamento discriminatorio – ma forse cosa ancora più dirompente – ne hanno stabilito il diritto alla parità economica rispetto ai lavoratori del settore logistica. Ai ragazzi verrà, quindi, corrisposta una somma integrativa tra la paga percepita e quella del contratto nazionale collettivo, con tredicesima, ferie e malattie pagate. Forse vale la pena di ricordare che la paga di un rider di Foodora, ad esempio, secondo uno degli avvocati dei ricorrenti, “era la metà di quello che all’epoca corrispondeva a un voucher per lavoro occasionale”.
Non è secondario sottolineare, inoltre, che il giudice ha equiparato i rider a dei fattorini e quindi è riuscito a far valere anche per loro il contratto di lavoro subordinato, grazie ad un richiamo all’articolo 2 del Jobs Act. Proprio sulla base di questa legge si ritiene tuttavia applicabile anche ai rapporti di collaborazione (come quelli a chiamata dei rider ad esempio) il trattamento economico previsto per i lavoratori subordinati.
Molte le voci di plauso che si sono levate finora da parte di sindacati ed esponenti di area democratica, ma manca ancora la voce del governo. Anche a seguito di questa sentenza, il lavoro dei rider è ancora molto lontano da quel concetto di dignità che il Ministro Di Maio aveva promesso di affrontare con l’apertura di un tavolo di confronto che ad oggi risulta fermo. Spiace che sia una sentenza e non un impegno preciso del legislatore a concedere maggiori diritti ai lavoratori. E’ però da considerarsi come un piccolo passo in avanti e questo potrà essere certamente il punto di partenza per una vera regolamentazione del settore. Perché i rider sono solo la punta dell’iceberg e la categoria più visibile di quella gig economy coinvolta dal turbine dell’innovazione continua che sarà necessario, il prima possibile, regolamentare.