A rischio povertà un italiano su tre

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La disoccupazione diminuisce di 0,4 punti percentuali e l’occupazione incrementa di 79 mila unità (+0,3%) che, però, su base annua, diventano 303 mila (+1,3%). I dati comunicati dall’Istat si riferiscono al terzo trimestre di quest’anno, quello estivo. Ci sarebbe da rallegrarsi, ma il dato è più complesso di quanto appare.
Intanto, perché, nello stesso periodo, gli occupati a tempo determinato sono stati contati in 2 milioni 784 mila, che è sicuramente una bella cifra. Anzi, a dirla tutta, è il valore massimo raggiunto in circa cinque lustri. Venti quattro anni, per l’esattezza, comunque un record. Ma resta pur sempre il primato della precarietà. Solo così si spiega, infatti, perché gli italiani continuano a vedere il bicchiere mezzo vuoto. Se non anche peggio.
Attingiamo sempre dall’Istat. Secondo una recente indagine dell’istituto di statistica a impensierire la non trascurabile fetta di quasi un terzo degli italiani (18 milioni) è il rischio di ritrovarsi povero dalla sera al mattino. Una sensazione cui si accompagna – e, in questo caso, la percezione è anche più frustrante – anche il timore cocente dell’esclusione sociale.
Le stime dell’Istat fanno riferimento ai dati del 2016, anno in cui la percentuale di italiani a rischio povertà è salita al 30% rispetto al 28,7% dell’anno precedente. A voler essere pignoli, l’Istat calcola in 18.136.663 i cittadini a rischio: un dato che supera di oltre 5 milioni il target previsto.
L’incidenza degli individui sopraffatti dal bisogno, si legge nel rapporto, è aumentata dal 19,9% del 2015 al 20,6% del 2016, per non parlare poi della quota di persone che vivono in famiglie gravemente deprivate, salita dall’11,5% al 12,1%. La percentuale di persone che vivono in nuclei familiari a bassa intensità lavorativa è invece cresciuta dall’11,7% al 12,8%. Ovviamente, più esposti al rischio di povertà/esclusione sociale, come spesso accade, sono gli italiani residenti al Sud, mentre sul fronte della composizione familiare, a preoccupare sono sia i nuclei con oltre 5 componenti (il rischio sale dal 31,6% al 34,9%) sia quelli con uno o massimo due componenti (in questo caso il rischio vola dal 22,4% al 25,2%).
Ad aggravare il quadro sociale non è solo lo spettro della povertà, ma anche le diseguaglianze economiche crescenti. L’analisi dell’Istituto, infatti, ha evidenziato come il reddito netto medio annuo per famiglia ammonti a 29.988 euro. In pratica, 2.500 euro al mese: ma attenzione, stiamo parlando di media, come per il pollo di Trilussa. In realtà questo aumento del reddito rispetto agli anni precedenti non si è tradotto in un miglioramento generalizzato delle condizioni di vita, poiché è concentrato quasi esclusivamente nelle fasce più ricche della popolazione. Anzi, un quinto degli italiani, quello già benestante, ne ha addirittura beneficiato in via esclusiva.
A fare da contrappasso, sui media, alla ricerca sul rischio sociale emergono due altre notizie: il sempre gettonato argomento pensioni e le vicende bancarie del triangolo toscano Firenze-Siena-Arezzo. Rispetto al primo, è l’Ocse a incaricarsi di smentire le ragioni dello sciopero della Cgil, organizzato appunto per bloccare l’automatismo dell’innalzamento dell’età pensionabile. Secondo l’organizzazione sovrannazionale parigina, infatti, in tema di pensioni ora “in Italia è il paradiso, ma presto diventerà l’inferno”. Nel senso che siamo quelli che vanno in pensione prima e con un assegno alto. Saremo, nel prossimo futuro, quelli che andranno in pensione più tardi e con assegni decisamente da fame.
Rispetto al secondo, con riferimento alle vicende bancarie e dell’Etruria, in particolare, a distanza di sette mesi il sottosegretario Maria Elena Boschi ha avviato una causa civile contro l’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio De Bortoli, che l’aveva accusato – ricorderete – di aver chiesto a Federico Ghizzoni, ex ad di Unicredit, di acquistare la banca di cui papà Boschi era vice presidente. Tralascio le questioni tecniche: la Boschi ha optato per il risarcimento civile in luogo del dibattimento penale per evitare la pubblicità del rito, sperando che Ghizzoni non sarà mai interrogato da un giudice. Ma l’ex ad di Unicredit sarà, invece, ascoltato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta, sicché la questione, cacciata dalla porta rientrerà dalla finestra.
Infine, si torna a parlare di motori. Ma non tanto per la Ferrari o per il marchio Alfa Romeo che Sergio Marchionne riporterà in Formula Uno, quanto per i trattori, i camion e i furgoni che l’industria italiana esporta in tutto il mondo. Addirittura nella misura di due terzi del proprio fatturato. Performance registrata quando il Paese vedeva ridursi di un quarto la produzione industriale e fermarsi le costruzioni. Qualcuno lo dica a chi sta nei Palazzi a Roma, dove peraltro continuano a non pagare nei tempi dovuti i fornitori, al punto da costringere la Commissione Ue a deferito l’Italia alla Corte di giustizia. E si tratta di almeno 50 miliardi da mettere in circolo. Ma noi continuiamo a parlare di povertà.