Rivedere il jobs act non aiuterà l’occupazione

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La questione Paese è solo il lavoro. E’ questa la frase con cui il presidente di Confindustria incalza la politica ormai da due anni. In questo stesso periodo si sono avvicendati tre governi e il jobs act ha iniziato ad avere i suoi effetti. Il Paese reale soffre ancora, sono ancora troppi i giovani disoccupati. Tuttavia è innegabile il lumicino di speranza degli ultimi dati sull’occupazione. Di chi sia il merito non importa. Ma si tratta solo di occupazione effimera, quindi a breve termine? Non solamente.
Arrivati fin qui, è interessante capire quali sono i punti chiave del jobs act che hanno in qualche modo accelerato la ripresa, seppure flebile, del lavoro. Sono, tra gli altri, gli stessi su cui il neo ministro, nella duplice veste di Lavoro e Sviluppo, intende agire con l’ormai prossimo “decreto dignità”.
Oltre a ribadire la necessità di dare maggiori tutele ai lavoratori impegnati nelle piattaforme digitali della cosiddetta gig economy, si parla di norme per rendere più conveniente il lavoro a tempo indeterminato e una generale revisione delle regole sui contratti a termine: una vera e propria stretta su quei rapporti di lavoro che nell’ultimo anno hanno visto una crescita sostenuta e costante.
Causale, rinnovi e tetto alla durata massima complessiva. Sono questi alcuni aspetti delle recenti riforme del lavoro su cui si vuole intervenire. Sarebbe reintrodotta la causale, cioè spiegare nel contratto il motivo per cui si sta assumendo a termine, obbligo eliminato nel 2014. Un taglio del numero dei rinnovi che ora sono al massimo cinque. Rimarrebbe invariato il limite complessivo fissato a 36 mesi.
Tornare al passato aumenterà l’occupazione dei giovani? Queste modifiche daranno maggiore certezza al lavoro a tempo determinato? E’ giusto tornare a regole vecchie per regolare un mercato nuovo e in continuo cambiamento? Secondo le imprese la risposta è decisamente no. Il jobs act per gli imprenditori non deve essere depotenziato o smontato pezzo dopo pezzo.
Di fronte a queste dichiarazioni del Ministro Di Maio, Foodora (azienda che consegna con i rider a domicilio) si è subito detta pronta a lasciare l’Italia. Anche un’altra azienda digital, Moovenda, attraverso il ceo Simone Ridolfi, chiede una soluzione “equa per i lavoratori ma non penalizzante per le imprese”. Perfino gli artigiani si sono detti preoccupati da questo annuncio.
Ora la posizione si è ammorbidita: dopo una prima ipotesi di intervenire con un decreto legge, si è passati ad un tavolo di confronto. Vedremo nei prossimi giorni se le dichiarazioni e gli slogan troveranno forma in un provvedimento. “Ora il governo deve dare risposte. E’ finito il tempo degli annunci ed è finita la campagna elettorale” come ha correttamente osservato il presidente degli Industriali, Vincenzo Boccia.
Quel che è certo, è che il “decreto dignità” sarà apprezzato se saprà regolamentare con regole nuove e al passo con i tempi un mercato in rapidissima evoluzione; senza appesantire o bloccare la velocità e il progresso in atto dell’economia digitale che riguarda tutte le imprese anche quelle meno innovative.