Roma, i Depeche Mode fanno ballare l’Olimpico

18

– Provocatori, trascinanti e ora anche rivoluzionari. Come quando si abbassano le luci e sul palco riecheggiano le note dei Beatles: “Dici che vuoi una rivoluzione. Beh, lo sai. Tutti vogliamo cambiare il mondo”. Ma è solo un preludio alla rivoluzione spirituale che i Depeche Mode hanno in serbo per la Capitale, dove ieri sera hanno portato il loro Global Spirit Tour.

E infatti Dave Gahan, osannato frontman, entra in scena di rosso vestito, come un sacerdote pronto a officiare un rito, una black celebration che per una notte trasformerà lo stadio Olimpico nel tempio sacro dell’elettronica. Ma non fa in tempo a salire sul palco, accolto da un boato di applausi, che Gahan si è già tolto l’’abito talare’ per vestire i panni che gli calzano meglio: quelli di indiscussa leggenda della synthpop.

Sulle note di ‘Going Backwards’, eccoli intonare la loro ‘musica per le masse’. Prego, signore e signori, sembrano voler dire, prendete posto, che la liturgia inizi. Anche stavolta basta poco alla band di Basildon per infiammare lo stadio sulla scia del nuovo lavoro ‘Sprit’, ultima fatica sfornata dopo quattro anni di silenzio discografico. In oltre due ore di concerto, i pionieri dell’elettronica restituiscono al popolo dell’Olimpico la stessa energia del 2013, quando fecero tappa a Roma per presentare ‘Delta Machine’. Stavolta però l’enfasi è triplicata. Sarà lo spirito di rivoluzione, o quello di indignazione che risuona nelle note di ‘Where’s the revolution?’, dove è impossibile non leggere, in filigrana, un chiaro riferimento all’attualità. “Vi manipolano, vi minacciano usando il terrore come arma, vi spaventano finché non andate dalla loro parte, dov’è la rivoluzione? Su gente, mi state deludendo”.

La band inglese alterna pezzi del nuovo disco, come l’ipnotica ‘So Much Love’, alle evergreen ‘Enjoy the Silence’, ‘Personal Jesus’ e ‘World in my Eyes’, fortunata tripletta di ‘Violator’. Rispolverano anche hit più datate come ‘Stripped’ e ‘Barrel of a gun’, mentre sul maxischermo scorrono le scenografie e i video ideati dallo storico collaboratore Anton Corbijn. Unghie pennellate di nero, gilet d’ordinanza, Dave Gahan ancheggia e seduce gli spalti, muovendosi sui riff di Martin Gore, coadiuvato alle tastiere da un indomabile Andy Fletcher. La platea apprezza, e ringrazia.

Tra gli ex adolescenti degli anni ’80 c’è anche la nuova generazione venuta su a pane e Depeche Mode, un popolo eterogeneo che conosce a memoria chicche estratte da ‘Songs of Faith and Devotion’, ‘Some Great Rewards’ e ‘Music for the Masses’ ma che non ammutolisce certo di fronte a brani più freschi come ‘Cover Me’ e ‘Poison Heart’.

C’è lo studente universitario e i figli di chi, trent’anni fa, canticchiava per la prima volta ‘Everything Counts’. Ed è vero, del resto, che tutto conta. Come quando il microfono passa a Martin Gore. In quel momento non ce ne è per nessuno. La mente dei Depeche scalda la platea con una versione voce e tastiera di ‘A question of lust’. Poi è la volta di ‘Home’. Lacrime e brividi. Lo stadio intona commosso, sussurrando i versi all’unisono.

Poi l’ondata travolgente di braccia e mani si piega, come da rito, al ritmo di ‘Never let me down again’. E sembra davvero che non ci siano versi più adatti per congedare il pubblico. “Non voglio più tornare giù, non voglio più mettere i piedi a terra” urlano gli spettatori. Sembra finita, ma è solo un’illusione.

Per il bis, Gahan e i suoi rientrano in scena e parte ‘Heroes’. E’ uno dei momenti più intensi dello spettacolo, l’omaggio che la band restituisce a David Bowie, la preghiera laica prima del gran finale: ‘Strangelove’, ‘I feel you’ e ‘Personal Jesus’ sono i cavalli di battaglia che fanno ballare – e tremare – lo stadio per l’ultima volta. La festa è rimandata a martedì, quando il trio farà tappa a San Siro e poi a Bologna. Le luci dell’Olimpico, intanto, si spengono, cala il sipario. Enjoy the silence.