Mentre a Roma si discute, il mondo è in guerra e il sud affonda

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Il mondo è con il fiato sospeso, ad un passo dal terzo conflitto planetario. I timori, stavolta, non discendono dal protezionismo commerciale minacciato dagli Usa nei confronti della Cina – nel qual caso pure si è parlato, con metafora giornalistica abusata, di guerra – ma dai missili, puntati sempre da Trump, sulla Siria, accusata di aver utilizzato armi chimiche nei precedenti bombardamenti sul Ghouta.
Superfluo aggiungere che a fianco di Bashar al-Assad c’è la Russia, la quale – per la sua parte – non soltanto è nel mirino di Trump, ma è anche alle prese con una svalutazione molto forte del rublo, che sotto il peso delle recenti sanzioni Usa è arrivato a quotare 78 sull’euro e oltre 63 sul dollaro. E c’è anche l’odiato Iran, nei confronti del quale l’attuale inquilino della Casa Bianca ha svoltato a 180 gradi rispetto al predecessore Barack Obama.
Insomma, tensione e allerta sono al massimo nelle cancelleria della vecchia Europa. Emmanuel Macron, ovviamente, non ha perso tempo e s’è immediatamente detto pronto a porsi a fianco del presidente Usa. E così lo storico alleato inglese, con Theresa May. La Germania di Angela Merkel, invece, è più prudente, ma non per questo si è detta apertamente ostile all’eventuale intervento militare. E si capisce. Ci sono motivi storici, ma anche e soprattutto motivi di contingenza politica (la fresca alleanza di governo con i socialisti) che ne impediscono dichiarazioni belligeranti. Come del resto per l’Italia, soltanto che il silenzio di Roma è dettato non dalla prudenza, né dalla Costituzione (“L’Italia ripudia la guerra…art. 11) e nemmeno da motivi di scomode alleanze politiche: semplicemente dal fatto che, a quaranta giorni ormai dalle elezioni generali, non c’è ancora un governo. E difficilmente ci sarà nel breve. Le trattative tra Luigi Di Maio (M5S) e Matteo Salvini (Lega) sembrano, infatti, essersi arenate. Né si intravede uno spiraglio nel breve. Certo, alla bisogna le basi militari italiane non saranno negate (del resto, non lo sono già adesso). E però, come si dice: Dum Romae consulitur, Saguntum expugnatur.
Il fatto è che il Belpaese non ha soltanto un problema di politica internazionale da affrontare, ma anche e soprattutto di politica interna, a cominciare dai nodi tuttora irrisolti dell’economia. Del resto, la dice lunga il fatto che, per la prima volta nella storia dell’Istituzione parigina, l’Ocse suggerisce apertamente a Roma l’introduzione di “una tassa patrimoniale sulla ricchezza”.
Nel rapporto “The Role and Design of net wealth taxes”, infatti, l’Ocse indica l’Italia (insieme ad altri tre Paesi) come una nazione “dove la disuguaglianza sociale è aumentata di più e dove la concentrazione di ricchezza verso l’alto è diventata sempre più evidente negli ultimi dieci anni di crisi. Una crisi quasi ininterrotta. Tant’è che i livelli pre-crisi non sono stati ancora recuperati. Il 43% della ricchezza è appannaggio del 10% più ricco della popolazione”. E, appunto, suggerisce: “Uno dei modi per ridurre più velocemente i divari di ricchezza è l’imposizione della tassa patrimoniale”.
E, per restare in tema di squilibri sociali, ci sono anche quelli che la vecchia scuola meridionalista avrebbe definito “squilibri più avanzati”. Insomma, tra ricchi e poveri, tra Nord e Sud e nello stesso Sud. Prendiamo, per esempio, gli ultimi dati Istat. Il numero delle famiglie senza redditi da lavoro scende (-1,4%) passando dalla media del 2016 a quella del 2017, anche se risulta ancora sopra il milione, precisamente a quota 1 milione 70 mila. Al Mezzogiorno la tendenza è contraria: si registra un aumento del 2,2% annuo, con 600 mila nuclei in questa condizione, oltre la metà del totale. Si tratta di “case” dove tutti i componenti attivi sono disoccupati. Quindi se reddito c’è deriva da altre fonti – rendite o pensioni – e non da un impiego. In oltre mezzo milione di famiglie, precisamente 545 mila, con e senza figli, la donna risulta occupata a tempo pieno o part time mentre l’uomo non porta a casa alcun reddito da lavoro, essendo disoccupato o inattivo, ovvero fuori dal mercato, e senza una pensione legata a una carriera lavorativa. Il dato riguarda i coniugi o i conviventi tra i 25 e i 64 anni.
Eppure, per gran parte della classe politica degli ultimi anni, sembrerebbe non esistere una “Questione Sud”. Peraltro – come ricorda in polemica col Pd il ministro del Lavoro in pectore del M5S, Pasquale Tridico – se i fondi distribuiti dal governo rispettassero il rapporto con la popolazione, cosa che non avviene, il Sud godrebbe sicuramente di condizioni più favorevoli. E l’economista Andrea Conte aggiunge e precisa: “Le risorse ordinarie di spesa in conto capitale destinate al Sud nel triennio 2013-2015 hanno rappresentato solo il 20% del totale. Nel 2015 si raggiunge la percentuale più alta di spesa complessiva al Sud negli ultimi 15 anni (41,9%) solo sommando le risorse aggiuntive, a cui però si dovrebbe applicare il principio di addizionalità”.
Certo, poi ci sono anche altri problemi. Quello della burocrazia, per esempio. E non è certo un caso se l’Associazione dei costruttori napoletani, in vista di una serie di iniziative di promozione economica, sulla carta pronte ad essere avviate, per indicarlo alla distratta classe politica ha pensato bene addirittura di comprare uno spazio a pagamento sul Mattino (martedì 10 aprile).

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