Rompere la trappola della povertà per i giovani

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di Achille Flora

La recente pubblicazione dell’Istat del nono Rapporto sul benessere Equo e Sostenibile in Italia 2021, offre diversi spunti di riflessione sulle condizioni dei giovani alla luce degli effetti della pandemia da Covid. Il Rapporto, basato su 12 domini e una batteria di 153 indicatori, fornisce un quadro completo ed esaustivo della condizione dei giovani italiani.
Diciamo subito che non è una situazione felice. Come oramai è acquisizione generale, l’Italia non è un Paese per giovani e questa condizione risulta ulteriormente penalizzata dagli effetti delle crisi che hanno investito il nostro Paese, di cui solo nel 2018 abbiamo recuperato i livelli occupazionali del 2008, ma rimessi in discussione dagli effetti della pandemia, penalizzanti per i giovani.
Aumentano, infatti, i giovani NEET, 15-29 anni di età, che non lavorano, né studiano, né sono impegnati in processi formativi, al primo posto in Europa. Sono più sedentari, aumentano fumatori e consumatori di alcool, nel quadro di un generale invecchiamento della nostra popolazione con un elevato indice di dipendenza degli anziani in rapporto alla popolazione giovanile.
Al 2019, il tasso di occupazione 20-64 anni è al 63,8% vs una media EU27 del 72,9%, più grave ancora quello giovanile. nella fascia 25-34 anni di età, al 62,5% in Italia vs il 77,3% nella Ue27, peggiorata rispetto ai livelli del 2008, ed ancora inferiore per le donne con 17 punti in meno rispetto alla media UE.
Peggiorano anche le condizioni di benessere mentale, particolarmente per i giovani 14-19 anni, in cui cala per i due sessi, con aumento dei livelli di sedentarietà, maggiore del doppio nel Mezzogiorno sul Centro-Nord, con diminuzione delle attività sportive. La conseguenza è quella di un aumento dei livelli di sovrappeso, particolarmente nel Mezzogiorno dove interessa il 50% della popolazione.
Il punto di discrimine è nel ruolo predittivo del titolo di studio, cui corrispondono comportamenti più salutari di vita in corrispondenza di maggiori livelli d’istruzione: a bassi titoli di studio corrispondono maggiore sedentarietà ed eccesso di peso corporeo. Se l’istruzione è anche un veicolo di miglioramento della qualità della vita, l’Italia con 16 punti in meno della media europea e con le Regioni meridionali sotto la media nazionale per diplomati al 2021, allora si spiega anche l’approfondimento del divario Nord-Sud. Nelle lauree terziarie, l’Italia incide per il 6,7% vs la media UE dell’8%, con un primato delle donne che però si abbassa nelle discipline Stem (Scienze, Tecnologia, Ingegneria e Matematica). L’abbandono scolastico, nella fascia di età 18-24 anni, al 2021 è al 12,7%, in miglioramento sul 2020, più accentuato per gli uomini e al sud.
Come uscire da questa situazione che, oltre a predire un futuro infelice per tanti giovani, rischia di compromettere anche il futuro del nostro Paese? In letteratura esistono interpretazioni sul ruolo della povertà delle famiglie con minori, con cui si evidenzia che chi ha sperimentato la povertà da bambino continuerà ad essere povero anche da adulto. La povertà unita a bassi livelli d’istruzione, prepara un futuro di bassi salari e disoccupazione, poiché la disoccupazione si traduce in impoverimento delle relazioni sociali, con minori possibilità d’inserimento sociale e lavorativo. Conta naturalmente il livello d’istruzione della famiglia in cui si nasce, poiché se è quella di famiglie non istruite, manca quel background d’interesse culturale che consente di raggiungere migliori risultati nell’istruzione.
Le politiche sociali possono far molto per invertire questa tendenza, migliorando i servizi educativi per la prima infanzia, nell’offerta di asili nido, ma anche servizi educativi di accompagnamento, non necessariamente pubblici, anche affiancandovi organizzazioni del Terzo settore con iniziative meritorie del tipo “Maestri di strada”, da impegnare contro la dispersione scolastica.
C’è un esempio illuminante, adottato in Brasile nel 2003 dalla presidenza Lula, con un programma di sostegno economico alle famiglie per ridurre la povertà, erogando i sostegni direttamente alle madri, condizionati al rispetto dell’accesso regolare ai servizi sanitari (vaccinazioni e controlli medici periodici) e alla frequenza scolastica dei figli. Una politica che ha dato ottimi risultati nel miglioramento delle conoscenze dei giovani e nelle loro condizioni di salute. Salute e istruzione sono, infatti, due fattori fondamentali per rompere la cosiddetta “trappola della povertà” ed aprire un percorso di crescita culturale, di partecipazione e di futuro per i giovani.
In Italia, da quando è stato approvato il Reddito di cittadinanza, ci si arrovella su come legare la percezione del reddito ad una prestazione lavorativa, in nome della difesa di un principio, anche se si riduce a lavori socialmente utili, poiché i percettori sono prevalentemente senza competenze e in età avanzata. Penso sarebbe meglio rendersi conto che, gli interventi pubblici di sostegno e di lotta alla povertà, devono indirizzarsi a ridurre o eliminare i maggiori effetti sui giovani, per farli uscire dalla trappola in cui sono prigionieri. Legare i sostegni economici al rispetto di salute e istruzione per i figli, può rappresentare una via di uscita per dare loro possibilità di un futuro diverso e certamente migliore.