San Carlo, riparare ai torti coi soldi degli altri

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(Imagoeconomica)

Eloquente e istruttivo l’articolo scritto da Franco Iacono sul Corriere del Mezzogiorno per commentare le difficoltà del Teatro San Carlo a trovare sponsor adeguati alla sua storia, alla sua fama, alla sua bellezza. Lo spunto, come molti lettori sanno, parte dalla limatura della somma resa disponibile dalla Regione Campania con il seguito di preoccupazioni che tale decisione comporta.
La gran parte dei commentatori si è soffermata sulla gravità del taglio al contributo mettendo in evidenza le conseguenti difficoltà di gestione e invocando l’intervento riparatore di qualche altra istituzione. Il che non è assolutamente sbagliato e ha già sortito qualche effetto positivo dal momento che la Camera di commercio di Napoli si è dichiarata disponibile a valutare il caso.
Il punto centrato da Iacono è però un altro, così macroscopico ed evidente che quasi scompare alla vista. Se il ceto intellettuale e imprenditoriale della città più bella del mondo (vedi la rubrica dedicata alla trasmissione di Alberto Angela) si straccia le vesti per la cattiva sorte della sua massima istituzione culturale perché non si candida anche a venirle in concreto soccorso?
Perché, in parole crude, l’intelligentia nostrana e la classe agiata che pure esiste non mettono mano alla tasca imitando i pari grado milanesi che con la Scala si mostrano assai più generosi? Perché a dover fornire i quattrini per qualsivoglia causa, anche nobile e condivisa, devono essere sempre le istituzioni pubbliche? Ecco, questo si chiede Franco Iacono che alla musica dedica da sempre tempo e amore.
Certo, Napoli non è ricca quanto Milano. Ma nemmeno povera come i comportamenti dei suoi maggiorenti farebbero supporre. Di fronte al gran rifiuto della Regione a mantenere invariata la sua quota di partecipazione la reazione non è stata quella dell’orgoglio civile e civico che impone di fare da sé ma della denuncia lamentosa di ciò che viene presentato, a torto o a ragione, come un torto.
Questo difettuccio della società napoletana, e più generalmente meridionale, è alla base della sua atavica sudditanza nei confronti della politica che ha gioco facile a porsi come arbitro delle fortune collettive e individuali. Non mancano le lodevoli eccezioni ma il sistema è quello descritto: ai privati l’onore di segnalare il problema, al pubblico l’onore di approntare le soluzioni.
Se così stanno le cose a poco vale recriminare sullo strapotere del governatore che per convinzione e temperamento è portato ad affermare la sua volontà relegando il confronto in un angolo. Di fronte a interlocutori più bravi a protestare che a fare il volitivo depositario del comando regionale è quasi incoraggiato a indulgere nella propensione a fare il bello e cattivo tempo.
Dunque, ancora una volta si è persa l’occasione per far prevalere i fatti sulle parole che, nella maggior parte dei casi, non costano e possono essere largamente profuse senza assumere responsabilità. Questa debolezza della comunità partenopea che si riflette sull’intero Mezzogiorno è il vero freno alla crescita e allo sviluppo nonostante la ricchezza – naturale, storica, artistica – che ci circonda.