San Gennaro, da Sepe messaggio per i giovani del Sud: ecco il testo dell’omelia

56
In foto il cardinale e arcivescovo di Napoli, Crescenzio Sepe

Ecco di seguito il testo integrale dell’omelia del Cardinale Crescenzo Sepe in occasione della festività di San Gennaro nel Duomo.

“Cari Fedeli,
Mentre gioiamo, commossi, per aver partecipato, poco fa, all’evento straordinario della liquefazione del sangue del nostro Santo protettore, il Martire Gennaro, eleviamo il nostro riconoscente ringraziamento a Dio, ricco di bontà e di misericordia, perché anche quest’anno ha voluto farci dono della sua predilezione, permettendo lo scioglimento del sangue in questo giorno che ricorda il martirio di San Gennaro.
Ed è proprio in questo giorno della Sua festa, che è di tutta Napoli, che San Gennaro ci invita a guardare alla città con uno sguardo più profondo.
Guardare oggi alla città dal verso giusto significa porla al centro del nostro interesse, della nostra cura, in una parola del nostro amore. Napoli è di San Gennaro perché il santo l’ha scelta, l’ha protetta. L’ha amata. Ogni legame, per essere vero e per dare realmente frutti, non può che essere un legame di amore, di donazione totale e incondizionata, tale da escludere la possibilità del venir meno, della resa, delle braccia allargate di fronte a difficoltà che sembrano, ma non sono, insormontabili.
Napoli va amata, come l’ama San Gennaro! Ciò significa che, guardando alla città, il nostro sguardo deve andare oltre la cronaca che appare una continua condanna per Napoli, con le cifre agghiaccianti prodotte da una violenza che coinvolge non pochi giovani e giovanissimi e in alcuni casi – come una terribile bestemmia davanti a Dio – addirittura i bambini.
Non si vuole certo chiudere gli occhi davanti a questo sfregio di vite umane: quelle che cadono vittime, ma anche le altre, quelle dei carnefici che nondimeno bruciano le loro vite al fuoco della violenza, perché è la loro umanità ad andare in cenere e a diventare polvere.
LA violenza purtroppo cerca continuamente di avvelenare anche i pozzi delle acque pulite di cui la città è sempre e ancora ricca. Tra i mali di Napoli la sofferenza più nuova e più orribile di tutte racconta la storia atroce e beffarda di una città malata in una parte della sua stessa gioventù; come una pianta insidiata dalle sue stesse radici.
Sembra non bastare neppure la nomenclatura più ordinaria: quella delle baby-gang è una definizione che sa già di muffa e le stese sono diventate così ordinarie da non fare quasi più notizia. Spietata, senza regole e senza capi riconosciuti questa forma di violenza urbana- secondo gli esperti – avrebbe soppiantato non solo la vecchia, ma anche la nuova camorra organizzata.
Ma lo sguardo più ampio, al quale chiama sempre San Gennaro, e oggi in particolare nella festa che a lui tributiamo, impone di fare un passo oltre le stesse frontiere della realtà per andare in cerca, con il suo aiuto, di quegli elementi di speranza, di quei pozzi di acqua pulita, dai quali non possiamo stare alla larga.
Del resto, San Gennaro per l’attualità del suo messaggio di fede, per la continuita’ della sua presenza protettiva, per la familiarità premurosa trasmessa attraverso la prodigiosa liquefazione del suo sangue, é un Santo giovane che parla a tutti ma che ama particolarmente i giovani, i tanti giovani coraggiosi come Lui.
Anche con la protezione e l’incoraggiamento di San Gennaro, dunque, sono i giovani a reclamare un ruolo da protagonisti.
Non si tratta di assecondare la vena di giovanilismo che, spesso in maniera superficiale, corre in tutto il Paese. I giovani non possono essere una moda. E chi si rivolge ad essi in maniera strumentale ha davvero poca strada davanti a sé.
Gli slogan, le frasi fatte, le formule vuote e senza senso che continuano ad inseguirli e a blandirli rappresentano un campionario tanto vasto quanto, in molti casi, falso e ingannevole.
Ai giovani per primi, infatti, va data ragione della speranza che essi stessi dovrebbero incarnare. La speranza è qualcosa e molto di più di una semplice questione di anagrafe, soprattutto se, come avviene sempre più spesso, ad essi toccano le prime porte in faccia della vita.
Non sono pochi i giovani che arrivano già stanchi e consumati alle prime soglie della vita sociale, già caricati, per esempio, dal peso di difficoltà familiari che, a loro volta, incidono o impediscono un normale corso degli studi e mostrano la strada come la prima, ma la più insidiosa, palestra di vita, oltre che il teatro naturale dove recitare, a copione libero, l’antica arte di arrangiarsi. Quando a profilarsi più vicina e praticabile è la prospettiva del non andare per il sottile, il piano inclinato è già in atto e pronto a preparare la strada della deriva. E’ esattamente lungo questo percorso che cominciano a consumarsi le speranze e a venir meno le forze. E’ la gioventù, in sostanza, a sfiorire poco alla volta, ad arrendersi.
La delusione, per i giovani, può diventare come un tramonto triste, una sorta di manto sepolcrale che viene a coprire ogni barlume di vita.
E’ questo ciò che con tutte le forze, come comunità e come singole persone, come istituzioni o come organismi della società civile, siamo chiamati a contrastare e a non rendere possibile. E’ questo il nostro primo compito anche come Chiesa, chiamata ad annunciare il Vangelo vivo di Cristo, la Sua parola che è certezza di speranza.
La delusione dei giovani non può che essere anche la delusione, lo sconforto, il rammarico della città. i giovani sono sconfitti se è sconfitta Napoli, se la città per prima si trova a fare a meno della sua risorsa più preziosa qual é appunto la gioventù.
Quale presente e quale futuro ci possono essere se oltre 700mila giovani hanno lasciato Napoli e il Sud, come una recente indagine dolorosamente ci dice.
Siamo allo spopolamento, alla desertificazione umana delle nostre comunità, dei nostri borghi.
Siamo all’invecchiamento che non é soltanto anagrafico perché é invecchiamento della società, è mancanza di prospettive e di sviluppo.
Non si può non riconoscere che è una sconfitta per tutti quando un giovane è costretto a voltare le spalle alla propria terra per cercare pane e fortuna altrove. Storicamente questa è terra di emigrazione; partivano i bastimenti per terre assai lontane nel secolo scorso, partono oggi treni e aerei per ogni parte del mondo con a bordo giovani napoletani e meridionali con un cursus studi di tutto rispetto. Non solo l’emigrazione delle braccia, ma ora anche quella delle menti. Viene chiamata la fuga dei cervelli e anche in questo il contributo di Napoli è alto. Si tratta di giovani, donne e uomini, costretti a privare la città della propria ricchezza, della risorsa più fresca e più valida.
Di fronte a questo dramma umano e sociale, a nessuno è lecito tenere gli occhi chiusi: tutti abbiamo il dovere di rimboccarci le maniche e mettere in atto iniziative concrete che contrastino questo fenomeno devastante. E in realtà non mancano positive esperienze in questo campo. Ma dobbiamo fare di più e meglio: in nome e per l’intercessione di San Gennaro.
Napoli ha bisogno di tornare a volare potendo contare prima di tutto sui suoi giovani. Dire che sono essi il futuro della città è riduttivo. Ad essi deve appartenere sempre più anche il presente. E’ la vita di tutti i giorni che ha bisogno di cambiare ritmo e direzione. Neppure il più grandioso dei monumenti che fanno bella e ricca Napoli può illuminare e far splendere la città come riesce a farlo la speranza dei giovani, se sostenuta, protetta e accompagnata dalla famiglia, dalla scuola, dalla Chiesa, dalle Istituzioni.
Prima di concludere, mi piace ricordare che, assieme a San Gennaro c’è un giovane che interpella Napoli dal più alto dei profili, quello della santità. In ottobre, Papa Francesco proclamerà, infatti, santo il beato Nunzio Sulprizio, un giovane abruzzese che visse a Napoli dall’età di quindici anni. Quando Paolo VI, in pieno Concilio, lo proclamò beato, lo indicò come . Con la sua vita, piena di stenti e segnata dalla sofferenza, il giovane Nunzio fu tuttavia testimone della solidarietà e dell’amore della comunità napoletana del tempo. Questo ci insegna che il cuore grande di Napoli non è stato mai una favola. E mai lo sarà.
Per intercessione di San Gennaro e del Beato Nunzio Sulprizio, Dio benedica Napoli e tutta la Campania.
‘A Maronna c’accumpagna!