San Gregorio Armeno: capolavori, reliquie e misteri oltre la via dei pastori

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Fuori il rumore, i turisti, i meravigliosi presepi artigianali. Dentro il silenzio la pace interrotta solo dalle voci dei bambini. Fuori il traffico, la pizza, il caos metropolitano. Dentro la frugalità, il tempo fermo scandito dalla preghiera lenta come il passo delle monache che attraversano il chiostro.

È il maggio dei monumenti a portarci qui, nel chiostro di San Gregorio Armeno, uno dei chiostri monumentali  più antichi di Napoli. Un luogo pieno di fascino e mistero. Ameno e solare. Mistico e austero.

Il convento, il cui nucleo medievale sopravvive nella cappella della Madonna dell’Idra, fu fondato dalle monache basiliane intorno all’VIII secolo d. C. che, in fuga dalla guerra iconoclasta, portano a Napoli le spoglie di San Gregorio Armeno. Fu tuttavia dopo il Concilio di Trento ( 1563)che la costruzione ebbe davvero impulso. Col Concilio la vita delle suore cambiò drasticamente: prima la clausura consentiva alle suore,  giovani donne provenienti spesso dall’aristocrazia, di uscire, partecipare alla mondanità, anche con attività commerciali e i confort all’interno del convento erano degni del loro lignaggio. Dopo il Concilio di Trento alle suore venne imposto uno stile di vita completamente diverso. Fu così che ragazze, alcune poco più che infanti, che appartenevano alle famiglie più ricche e influenti della città, abituate agli agi e allo sfarzo delle loro case venivano indotte o più propriamente costrette alla vita monastica avendo la sola colpa di essere secondogenite, essendo dote e titolo destinati ai primogeniti. Bambole ancora visibili nel complesso raccontano l’ infanzia negata di queste fanciulle, gli utensili, i piatti dipinti, le varie manifatture descrivono bene la vita che si conduceva tra queste mura, le ore lente e uguali, i sogni spezzati che spesso conducevano le giovani donne fino alla follia. Tutto il complesso ,la chiesa i cori con le grate segnano oggi come allora il distacco dal mondo visto sempre attraverso quelle inferriate.

Percorriamo la lunga scalinata che introduce al chiostro. All’entrata le ruote, assai simili a quelle che altrove servivano a lasciare i neonati non voluti, qui con la funzione di raccordo col mondo esterno di un convento che per anni fu clausura rigorosa, altro dal rumore del mondo eppure parte di esso. Visitiamo da subito il coro, il cui soffitto lascia stupefatti, tutto ricoperto da seicento assi di pioppo, legni preziosi intarsiati con superba maestria. Nato come soffitto esso divenne piano di calpestio nel 1700 quando sopra di esso viene realizzato un ulteriore coro, cosiddetto coro d’inverno, luogo da cui le monache, accedendovi dalle proprie stanze, senza passare dall’esterno, seguivano le cerimonie religiose senza patire i rigori della stagione fredda né tantomeno gli sguardi dei fedeli.  Un ingegnoso congegno consentiva di spostare i pannelli e seguire la Messa. In un armadio nascosto del coro, che una suora gentile apre per noi, una statua della Madonna dolcissima e insolita. Vestita in abiti medioevali ella è raccolta in preghiera al cospetto del suo bambino appena nato e già predestinato. È inginocchiata su una bara dove il Bambino stesso è adagiato. Un’ immagine carica di dolcezza e suggestione dove la Vergine è umanissima madre e al tempo stesso serva di Dio, strumento per il compiersi di una volontà Superiore. Lasciamo il coro per attraversare nuovamente il chiostro. Una bellissima fontana barocca di controversa attribuzione, affiancata da due statue raffiguranti il Cristo e la Samaritana, opere scultoree di Matteo Bottiglieri a decorare un ambiente reso ameno dalla vegetazione che voleva essere confortevole e accogliente per coloro che volenti o nolenti conducevano qui un’ intera esistenza. Accediamo poi al coro delle converse, uno scrigno di tesori preziosi, organi del 1700, statue, sete e gli altarini variamente decorati, ciascuno appartenente ad un monaca, espressione di fede e potenza economica. E’ qui che troviamo l’effige di Santa Patrizia.  Santa Patrizia, appartenente alla famiglia dell’imperatore d’Oriente, promessa in sposa scappò perché intenzionata a prendere i voti. Dopo aver preso i voti, giunse a Napoli, dove, secondo la tradizione, naufragò la sua nave mentre faceva rientro in patria. Nel 1864 le spoglie della Santa giunsero presso il convento di San Gregorio Armeno. A lei il popolo napoletano tributò da subito una devozione con pochi eguali, tanto da farne la copatrona di Napoli insieme a San Gennaro, e tale sentimento è sopravvissuto al logorio del tempo. Un ambiente attiguo alla cappella a lei dedicata è pieno all’ inverosimile di ex voto dedicati alla Santa. Cuori, gambe, polmoni d’ argento. Dipinti che raffigurano scene di incidenti o veglie in ospedale. Preghiere di donne in cerca di gravidanze. Piccole riproduzioni di bare per accompagnare i figli mai nati verso il Paradiso. Dolore, lacrime, speranza, fede. Tutto questo in una piccola stanza. Una teca contiene il letto della Santa, di ferro, quasi una grattugia, luogo di espiazione continua e mortificazione del corpo.

La chiesa non smette di stupire ed eccoci al cospetto di una Scala Santa, reperto straordinario, unico a Napoli. La scala era presente in tutte le chiese medioevali: la leggenda vuole che Sant’Elena imperatrice avesse riportato dall’Oriente la scala precorsa da Gesù per andare ad essere interrogato da Ponzio Pilato dando luogo ad una tradizione per cui la scala diventò scala di penitenza percorsa in ginocchio dalle monache per tre volte fino a raggiungere il Crocifisso.

Giungiamo nella chiesa da un’entrata secondaria. Un vero gioiello che lascia senza fiato. Ad unica navata è interamente affrescata da Luca Giordano. Gli affreschi rappresentano la vita di San Gregorio Armeno e la fondazione dell’ordine monastico con la maestria e il realismo del grandissimo artista partenopeo. Non mancano le reliquie il cui culto ancora oggi attira molti fedeli. Il cranio di San Gregorio e il sangue di Santa Patrizia che secondo la tradizione rinnova il prodigio dello scioglimento ogni settimana.

La visita di questo gioiello è stata resa ancor più affascinante grazie agli esperti di Respiriamo arte (Simona Trudi, Massimo Faella, Angela Rogliani, Marcello Peluso e Francesca Licata),  che ci hanno accompagnato, con la passione e la competenza di sempre.

Info e prenotazioni respiriamoarte@gmail.com

 

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