Santa Sofia di nuovo moschea. Urge una lungimirante programmazione della politica dei beni culturali

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Il 24 luglio di un tempo che fu a Losanna fu firmato un trattato che sancì la fine dell’impero ottomano. Nacque la Turchia moderna, la repubblica turca, e i mammaliturchi cominciarono ad avvicinarsi notevolmente ai nostri costumi, al nostro modo di lavorare e di tenere i rapporti internazionali. Sembrava una bella storia con tanto di lieto fine, considerato il notevole incremento delle libertà personali e sociali. La basilica di Santa Sofia a Istanbul, eh si, quella che fu costruita per ordine dell’imperatore bizantino Giustiniano, che fu per un millennio la casa della chiesa d’Oriente, fu convertita in moschea dall’imperatore ottomano Mehmet. Per affermare Istanbul come crocevia di religioni e culture differenti, la moschea, ex chiesa, nel 1923 fu trasformata in museo che, trascendendo le identità religiose, trasmettesse il senso di un identità universale nel processo di laicizzazione dello stato promosso da Ataturk. Una bella storia, che sembrò terminare in modo soddisfacente ed equilibrato per tutti. Apriva le sue porte ai visitatori tutti i giorni dalle 9:00 alle 16:00, e il prezzo del biglietto era di 20 lire turche (circa 10 euro). Totale visitatori/anno 3 milioni. Tre milioni di persone provenienti da tutto il mondo, mica sciocchezze. Qualche giorno fa, il 24 luglio (opperbaccolina le coincidenze) Santa Sofia è tornata moschea. Roba da creare una crisi d’identità in chiunque. L’Unesco che si è visto togliere all’improvviso uno dei suoi siti più visitati non poteva certo far finta di nulla. Subito ha ricordato che Hagia Sophia è sulla lista del patrimonio universale come museo e che questo comporta degli obblighi legali. Ogni modifica infatti deve essere notificata dal Paese all’Unesco e verificata dal World Heritage Commitee”. Ovviamente rinunciare ad una trentina di milioni di euro d’incassi, anche per il più fervente religioso amministratore di una terra la cui economia non si può definire florida, non era troppo conveniente, così la Turchia ha cercato con L’Unesco un accordo per mediare la difficile condizione. E’ stato deciso di aprire la moschea ad un pubblico eterogeneo nonché pagante solo in particolari momenti. Ah il sempiterno fascino degli incassi. Certi argomenti hanno sempre una notevole forza di convincimento. I turisti potranno ancora, con un po’ di fatica e di spirito di adattamento, godere delle bellezze contenute nello splendido edificio. Sollievo. In parte. A pochi metri da questa bellissima chiesa c’è la grande ed imponente Moschea Blu. Il motivo di questa riconversione non può essere allora la necessità di posti preghiera. La riconversione di Santa Sofia lascia quindi aperta un ulteriore questione: la proiezione di significati e progetti politici su un entità considerata intangibile come il patrimonio culturale.
Con un po’ di fantasia politica si potrebbe immaginare la necessità di Erdogan di far risalire il consenso dell’elettorato conservatore in discesa, nel momento in cui la Turchia si trova ad affrontare una crisi economica grave e acutizzata dagli effetti da covid-19. Altra possibilità, ma l’una non esclude l’altra, è la legittimazione della Turchia come leader politico del mondo islamico attraverso un azione eclatante non solo agli occhi del mondo islamico ma di tutta la cultura occidentale. Il patrimonio culturale, infatti, non riguarda solamente il passato, riguarda soprattutto il presente in quanto le decisioni che lo riguardano sono una fotografia dell’attuale visione politica, sociale e culturale: quella che prevale nel presente e che riflette il cosiddetto “esprit du temps”. La Turchia è membro del consiglio d’Europa dal 1950. Può pertanto, anche se fino ad oggi non l’ha fatto, pensare di ratificare la Convenzione di Faro. In base al testo della Convenzione potrebbe anche chiedere la rimozione di alcune opere d’arte come ad esempio l’opera di Giovanni da Modena che dipinse nella cappella Bolognini del duomo di San Petronio Maometto seviziato e percosso da demoni feroci. Colpire San Petronio e vendicare Maometto all’inferno potrebbe rientrare nel piano di affermazione di un certo tipo di leadership. Il momento è complicato e sotto tutti i profili. Decodificare bene tutti i messaggi, per avere una visione globale delle politiche per i beni culturali, è fondamentale. La riconversione di Santa Sofia, deve essere servire a smontare una volta per tutte la concezione che i beni culturali siano avulsi dalla realtà, che si vive. Essi sono a tutti gli effetti soggetti politici ed economici e come tali devono essere trattati.