Sanzioni Usa, sono un boomerang

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di Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

A marzo si vota anche in Russia, non solo in Italia. A Mosca le cose non sembrano così incerte come a Roma: la rielezione di Vladimir Putin a presidente della Federazione Russa sembra scontata.
Ma, dopo le mosse dei grandi attori mondiali a Davos sul commercio internazionale, sul protezionismo e sui futuri scenari finanziari internazionali, ciò che avviene in Russia merita una più attenta disamina che vada oltre i soliti argomenti ideologici e mediatici.
C’è l’ala cosiddetta liberale, o meglio dire liberista, guidata dall’ex ministro delle Finanze, Alexey Kudrin, che fa affidamento sulle sanzioni economiche votate dal Congresso americano lo scorso luglio per indebolire Putin.
Si ricordi che il dato più rilevante delle sanzioni è quello finanziario che sarà reso operativo prima delle elezioni russe.
A seguito all’ordine presidenziale di Trump, il Tesoro americano ha stilato un «Rapporto sul Cremlino» mettendo nel «mirino» oltre 200 alti funzionari ed uomini d’affari russi. Il ministero del Tesoro ha il potere di blocco e di sequestro dei fondi detenuti all’estero dai grandi magnati russi. Fondi che si calcolano in circa mille miliardi di dollari.
Le sanzioni americane sono molto mirate su ben determinati personaggi e su certi settori economici. L’idea è di intimorirli, con la minaccia del sequestro dei beni, per spingerli ad abbandonare Putin e la Russia. Questa strategia dovrebbe mettere il presidente russo in un angolo, isolarlo dai detentori del potere economico, per poi politicamente sconfiggerlo.
Come reazione alle sanzioni economiche, invece, è nato un movimento chiamato «Ryvok – Ripartenza» che si sta muovendo per far rimpatriare in vari modi i soldi russi portati o lasciati nelle banche internazionali o nei paradisi fiscali.
Sembra che questo movimento abbia il sostegno di Putin e di molti potenti manager delle grandi corporation russe pubblico-private.
I leader politici di «Ripartenza» sono membri del partito «Russia Unita» (il partito di Putin), come il deputato della Duma, Denis Kravchenko. Tra gli ispiratori di questo movimento vi sono noti economisti e uomini di cultura, tra cui Yury Gromiko e Yury Krupnov, che sono stati gli ideatori del grande progetto di sviluppo infrastrutturale euroasiatico conosciuto come «Razvitie». Si rammenti che tale progetto sarebbe il parallelo russo della «Belt and Road Initiative», la nuova via della seta cinese relativa alle grandi infrastrutture continentali.
Le sanzioni contro la Russia, purtroppo, stanno mettendo in discussione la sicurezza economica e quindi la tolleranza verso gli evasori. Di ciò risente anche l’elite russa. Il manifesto di «Ripartenza» contiene un ultimatum: riportare i soldi offshore a casa per investimenti produttivi nell’economia oppure lasciare le posizioni di potere detenute in Russia. Il movimento popolare chiede anche il carcere per chi, illegalmente e contro gli interessi del paese, vuole continuare a mantenere o portare i soldi all’estero. Inoltre si punterebbe a correggere anche l’intero processo di privatizzazioni dell’industria di Stato fatto ai tempi di Yeltsin.
Per accelerare il rientro dei capitali, transitoriamente si permetterebbe che essi vengano depositati nelle banche svizzere con la condizione che siano trasformati in fondi di investimento e di sviluppo da destinare all’economia russa.
Tali fondi dovrebbero finanziare dei project bond per investimenti nei vari settori del sistema produttivo russo, con l’esclusione del petrolio e del gas perché ritenuti da «Ripartenza» una «droga» dell’economia.
In conclusione, le sanzioni finanziarie stanno provocando all’interno della Federazione Russa non un danno ma un effetto boomerang non previsto da coloro che le hanno volute.

*già sottosegretario all’Economia **economista