Scompenso cardiaco, telemedicina contro riospedalizzazioni

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Catania, 12 mag. (AdnKronos Salute) – “Nella mia trentennale esperienza professionale ho avuto modo di  prendermi cura di molti pazienti con scompenso cardiaco e una cosa che ho spesso pensato è che servisse un impegno collettivo maggiore per consentire a tali pazienti di avere una buona qualità di vita quotidiana, senza dover rincorrere a frequenti riospedalizzazioni”. E’ la riflessione di Salvatore Di Somma, professore di Medicina interna all’università Sapienza di Roma e direttore del Comitato scientifico di Aisc-Associazione italiana scompensati cardiaci, intervenuto a Catania al convegno ‘Lo scompenso cardiaco e le patologie croniche nella Regione siciliana, la voce del paziente’.

“Capita spessissimo, come sottolineano i numeri – sottolinea lo specialista – che un paziente, dopo aver vissuto un evento acuto di scompenso, venga ricoverato, curato e quindi dimesso, per ripresentarsi in ospedale dopo qualche mese. Ciò significa che la gestione della patologia ha qualche falla”. Secondo l’esperto, “la principale è la scarsa cultura legata allo scompenso stesso tra gli stessi pazienti scompensati. Chi soffre di scompenso si trova spesso nel quotidiano a essere in dubbio rispetto a cosa può o non può fare. Per fare un esempio, quando i pazienti vengono  dimessi dall’ospedale viene loro detto di pesarsi tutti i giorni, per tenere sotto controllo i liquidi corporei. Ma non sempre lo fanno. Oppure, non sanno cosa possono mangiare e cosa no”. 

“Un controllo a distanza con moderni sistemi di telemedicina – conclude Di Somma – sarebbe un’ottima modalità per ridurre la morbilità di questa patologia attraverso una migliore formazione dei pazienti stessi, un obiettivo cruciale per Aisc”.

“La cardiologia italiana – aggiunge poi l’esperto – sia da un punto di vista scientifico che da quello della qualità è all’avanguardia in Europa: un vero e proprio fiore all’occhiello per il nostro Paese”.

“Per quanto riguarda però lo scompenso cardiaco – osserva Di Somma – non servono solo bravissimi cardiologi, ma anche tutti gli altri ‘attori’. In Europa, infatti, c’è forse un maggiore coinvolgimento sull’impatto della malattia da parte del personale infermieristico e delle strutture di telemedicina”.