Se anche gli industriali vogliono detassare il lavoro

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Confindustria in un recente studio propone una riforma fiscale complessiva che riguardi, in primis, il mondo del lavoro. Quali sono le principali criticità del sistema fiscale italiano? L’elevata tassazione e la complessità delle regole e degli adempimenti fiscali che si traduce in minore competitività, attrattività e crescita.
L’Irpef è l’imposta che racchiude tutte le criticità evidenziate: per questo la proposta parte proprio dal reddito delle persone fisiche. Con l’obiettivo urgente di alleggerire il carico fiscale dei lavoratori dipendenti a basso reddito.
L’Italia è tra i paesi con il cuneo più elevato, secondo solo a quello del Belgio. In Italia, un ipotetico salario netto in busta paga pari a 100 corrisponde a un costo aziendale più che doppio (circa 207 euro). Il divario più ampio nel confronto internazionale si registra rispetto alla Spagna, dove 100 euro in busta paga corrispondono a 160 euro di costo per l’impresa (47 euro in meno rispetto all’Italia).
La riduzione del cuneo fiscale dal lato del lavoratore stimola i consumi, perché aumenta il potere d’acquisto dei lavoratori e aumenta l’incentivo a lavorare, dal lato impresa si aumenta la domanda di lavoro e la competitività delle imprese. Nonostante una riduzione porti benefici a entrambe le parti, sindacati e imprese, nel comune interesse verso le sorti del Paese affetto da bassa crescita e occupazione, hanno condiviso la richiesta di riduzione del cuneo fiscale a vantaggio esclusivo proprio dei lavoratori. Anche le imprese hanno condiviso per senso di responsabilità la stessa proposta.
Basti pensare che un lavoratore a medio-basso reddito paga un’imposta Irpef del 23 per cento, superiore a molte altre forme di imposizione come ad esempio le rendite finanziarie, che si fermano al 12,5 per cento.
Più nello specifico il Centro Studi, nelle previsioni di autunno, propone come fattibile una sola proposta di riforma fiscale: l’accorpamento del primo e secondo scaglione Irpef, ampliando al 23 per cento anche il secondo scaglione – che oggi è al 27 per cento – fino a 28mila euro.
Il costo di questo intervento è alto, si parla di circa 8 miliardi, ma comporterebbe risparmi fiscali per oltre il 56 per cento dei contribuenti lavoratori dipendenti. Una rimodulazione di questo tipo sarebbe un taglio effettivo del cuneo fiscale sul lavoro. Questa ipotesi appare più ragionevole rispetto ad alternative di cui ha discusso la politica nei mesi passati, come l’accorpamento del secondo e terzo scaglione che farebbe lievitare il costo di quasi 4 miliardi e di cui beneficerebbe solo un quarto dei contribuenti. Oppure la flat tax (15 per cento fino a 55mila euro) con un costo complessivo gigantesco, pari ad 80 miliardi, se si mantenessero il bonus Renzi degli 80 euro e le detrazioni. Invece abolendo tutte le tax expenditures potrebbe costare meno (17 miliardi) ma con un aggravio di imposta per oltre 20 milioni di contribuenti, prevalentemente a basso reddito.