Se ben organizzata, la produzione dell’acciaio in Italia potrebbe vivere un’altra stagione importante

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(Imagoeconomica)

Ieri il sistema industriale italiano ha registrato il primo colpo duro dell’anno. Volendo dare a esso un nome che non lasci ombra di dubbio, è sufficiente definirlo con il termine che gli è più appropriato, “disinteresse”. È riferito alla vicenda Ilva, e è quello che ha mostrato l’ArcelorMittal, azionista privato di quella realtà una volta pubblica, lunedì appena trascorso. Durante l’incontro a Palazzo Chigi del rappresentante di quella combine con tutti i ministri che in qualche modo sono coinvolti nel caso Ilva, non è stato fatto nemmeno un seppur piccolo passo avanti. Da quel personaggio non è emerso niente che potesse in qualche modo segnare concretamente l’intenzione di seguire una nuova rotta, atta a far giungere in porto quella nave alla deriva e ormai prossima a colare a picco. Con quest’ultimo episodio di mala gestio, si ripropone, accentuato più che mai, il problema delle privatizzazioni di aziende di proprietà dello stato. Esso non può essere affrontato come una normale cessione di quote da parte del socio pubblico a uno o più privati, badando esclusivamente allo stato di salute degli stessi. Per essere più precisi lo stato non dovrà omettere alcun particolare, andando ancora più in profondità oltre alle reali possibilità finanziarie e al merito creditizio dei potenziali acquirenti. Ci sarà soprattutto da verificare, oltre agli aspetti imprenditoriali della partnership, quali altri stimoli muovono i soggetti interessati alla combine. Tutto ciò tenendo il naso alto per poter fiutare un eventuale loro interesse a rifornire qualcuno dei paesi combattenti. Nel caso il tipo di operazione che dovesse presentarsi potesse assumere carattere speculativo, sarebbe un”altra dimostrazione che, di massima, la partecipazione dello Stato in aziende private, difficilmente va a buon fine.

Del resto, già a metà degli anni ’60, alcuni docenti universitari, tra i quali il professor Roversi Monaco dell’Università di Bologna, riassunsero la loro perplessità sul fatto che il connubio tra pubblico e privato avrebbe potuto ottenere il poco auspicabile risultato che sarebbero andati a sommarsi gli aspetti negativi di entrambi. Triste presagio che più volte si è concretato nella Repubblica fin dalla sua nascita. Volendo rimanere con l’attenzione concentrata sul caso delle Acciaierie Italiane, anche a chi si approccia senza una particolare competenza alla vicenda, non sarà sfuggito quanto sia stata tormentata e ancora oggi lo sia quella vicenda. Dunque l’Ilva, questo il nome che quella realtà industriale detiene ancora oggi nell’immaginario collettivo, è il risultato di una serie di acquisizioni, cessioni e fusioni, alcune dettate da ragioni di mercato, altre da disegni politici, talvolta di tipo demagogico. Esse hanno accompagnato l’ intero percorso di quella creatura nella sua lunga esistenza, di cui è possibile stabilire l’inizio agli albori del secolo scorso. Le vicissitudini che si sono alternate a momenti di efficienza produttiva e commerciale, quindi di competitività, risalgono alla seconda metà del secolo scorso, quando buona parte delle azioni di quella azienda furono cedute dallo stato alle Acciaierie Riva, di proprietà degli omonimi fratelli. Erano gli anni della contestazione giovanile in cui la frase “pubblico è bello” veniva scandita a proposito e non. Tutto quanto innanzi descritto, seppure con la grossolanità di chi usa una mannaia per fare la punta a una matita, dovrebbe servirsi di una chiave perfettamente rifinita per aprire con un solo giro il recinto dove ora quella azienda è costretta per poi rimetterla sul mercato. È vero che, descritto in tal modo, il problema potrebbe sembrare di facile soluzione, mentre è tutt’altro. In effetti, l’Ilva di Taranto, con il passare degli anni e con tutte le cure da cavallo che sono state a essa somministrate, attualmente reagisce  a esse poco se non addirittura niente. Per tutte le diseconomie che si sono accumulate al suo interno è diventata più pericolosa di una vorace macchina mangiasoldi. Continuare a aggiungere danaro fresco per turare le falle che oramai ricoprono lo stabilimento sarebbe come seminare nel mare.

Un partner, anche straniero, difficilmente si renderà disponibile a assumersi il grave onere del risanamento, negli anni aumentato e divenuto insostenibile. Una delle ipotesi percorribili, se si dovesse decidere a stretto giro di cambiare marcia, potrebbe essere il trasferimento delle attività a una nuova azienda, composta da elementi, sia italiani che stranieri, di indiscutibile competenza. Sarebbero gli stessi a dover immettere il capitale circolante e a mantenere l’occupazione a livello fisiologico. Quindi lo stato dovrebbe pagare i debiti dell’Ilva in uno dei modi previsti dalla legge o creato per l’occasione. Per i dipendenti in esubero lo Stato dovrebbe trovare un’altra collocazione. Della vecchia azienda non resterebbe niente, nemmeno derivati della denominazione per scaramanzia. Come sogno a occhi aperti, quel castello in aria  avrebbe tutti i requisiti per reggersi con la sola sua struttura. Il passo successivo, la sua conversione in realtà, è tutt’altra cosa.