Se formi struzzi non pretendere comportamenti da aquila

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Scrivere un curriculum Che cos’è necessario? È necessario scrivere una domanda, e alla domanda allegare il curriculum. A prescindere da quanto si è vissuto è bene che il curriculum sia breve. È d’obbligo concisione e selezione dei fatti. Cambiare paesaggi in indirizzi e malcerti ricordi in date Scrivere un curriculum Che cos’è necessario? È necessario scrivere una domanda, e alla domanda allegare il curriculum. A prescindere da quanto si è vissuto è bene che il curriculum sia breve. È d’obbligo concisione e selezione dei fatti. Cambiare paesaggi in indirizzi e malcerti ricordi in date fisse. Di tutti gli amori basta quello coniugale, e dei bambini solo quelli nati. Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu. I viaggi solo se all’estero. L’appartenenza a un che, ma senza perché. Onorificenze senza motivazione. Scrivi come se non parlassi mai con te stesso e ti evitassi. Sorvola su cani, gatti e uccelli, cianfrusaglie del passato, amici e sogni. Meglio il prezzo che il valore e il titolo che il contenuto. Aggiungi una foto con l’orecchio in vista. È la sua forma che conta, non ciò che sente. Cosa si sente? Il fragore delle macchine che tritano la carta. Wislawa Szymborska


Mi trovo con un giovane che deve presentare un curriculum a un’impresa e mi chiede aiuto per la compilazione. Cerco di orientarlo,fornendogli indicazioni di metodo, ma lui m’interrompe dicendo che il suo scopo è di fare soprattutto bella figura, magari alterando qualche aspetto, enfatizzandone altri, togliendo punti che potrebbero essere percepiti male. Ha ragione: è fondamentale la prima impressione, ma la sua preoccupazione mi sembra esagerata, si preoccupa più dell’apparenza che della consistenza della comunicazione. Sto pensando che forse lui, come molti, poi continuerà anche in azienda a coltivare questa cura dell’apparenza, sfuggendo alla complessità dell’incontro vero, con i soggetti e le situazioni e quindi la gestione delle inevitabili differenze. Questo dipenderà moltissimo dalla sua personalità naturalmente, ma anche dal tipo di “capo”che il destino gli farà incontrare. E’ il grande tema dell’uso del potere e delle attese reciproche che si determinano nei sistemi sociali in azione. Il potere positivo è generativo, qualitativo e ha come scopo la crescita dei soggetti, e quindi la distribuzione del potere che non è a somma zero, come condizione per aumentare la forza complessiva di un sistema, mentre quello negativo è accentrato e quantitativo a somma zero. Uno degli aspetti dell’uso del potere negativo è di formare e forzare i propri collaboratori verso comportamenti di dipendenza autoimposta che erroneamente è chiamato poi rispetto della gerarchia o partecipazione. In sostanza chi è “sopra” organizzativamente (differenzazione organizzativo/strutturale) si sente “sopra” anche psicologicamente (differenzazione umana) e quindi chiede di stare sotto. Infatti, si dice: sottoposti, subalterni, dipendenti, aiutanti. Il fatto è che l’organigramma in questi casi non da indicazioni solo strutturali ma psicosociali e culturali. E’ un grandissimo danno per lo sviluppo della qualità della vita. Ragioniamo: se lo sviluppo del business dipende dallo sviluppo del capitale umano, occorre chiedersi: “Quando un soggetto è in sviluppo?” “Quando è da considerarsi capitale?” Possiamo concordare che la risposta è: “Quando in generale è alta la sua autoregolazione operativa e la sua integrazione con gli altri, compreso con chi ha più potere.” Un capo di valore progetta il valore del suo collaboratore, per essere lui stesso più di valore, riuscendo ad ottenere risultati con e tramite gli altri. In pratica progetta l’aumento del potere (inteso nel senso del verbo e non del sostantivo) del collaboratore con la consapevolezza che il valore del suo contributo comprende forme di dissenso dialettico. Un collaboratore che conferma sempre il capo non può essergli utile a qualcosa, un capo che coltiva forme di consenso coatto non ha ragione d’esistere. La dipendenza è forse più dannosa della contro dipendenza, perché almeno questa costringe alla messa in moto d’energia, mentre la prima è un ritiro, un occultamento, una forma depressiva di rintanamento espressivo. Mi viene in mente una vignetta di Altan che mostrava un vermiciattolo che parlando con un altro diceva “da grande vorrei diventare un serpente come papà”. Sembra che chi è capo e agisce in questo modo sfrutti il collaboratore, ma in realtà in situazioni di questo tipo lo sfruttamento è patologicamente reciproco, è una forma morbosa di collusione. Sono ora con un dirigente che deve presentare un report al suo direttore e mentre mi presenta il contenuto, capisco che la sua grande preoccupazione è di simultaneamente dare informazioni e fare bene quello che deve fare, ma anche evitare qualsiasi forma d’irritazione che il documento potrebbe contenere. Quindi sta inserendo considerazioni elogiative nei confronti del capo che francamente mi sembrano impertinenti o come minimo inutili. Provo a dirglielo ma mi risponde che “prima di tutto devo fare bella figura, tu non sai come reagisce male se non si è d’accordo con lui e se si prova a contrastarlo su quello che dice”. Ho capito.